Marjane Satrapi e lo sceneggiatore Jack Thorne (Wonder) si basano sulla graphic novel, di grande successo, di Lauren Redniss per dare vita, sul grande schermo, alla storia di Marie Curie (la prima donna al mondo a vincere il Premio Nobel e la persona in assoluto a vincerne due, fisica e chimica).

Interpretata – impeccabilmente da Rosamund Pike – l’immigrata polaccca Maria Salomea Skłodowska, nella Parigi del 1895, è una donna brillante, curiosa, già sulla buona strada della scoperte scientifiche, anche se socialmente ritenuta bizzarra. Presto incontra il gentile Pierre Curie (Sam Riley), che con le dovute parole, la convince potrebbero formare un’ottima squadra (anche perché lei in quanto donna è derisa o quanto meno, non è presa in considerazione dal Consiglio Accademico dell’Università) non solo nel lavoro, ma anche nella vita privata. Le loro scoperte di radio e polonio gettano le basi per la futura energia atomica. L’uso dell’animazione della Satrapi per illustrare alcune della scienza di cui si parla è efficace.

Lo sceneggiatore Thorne nel descrivere il rapporto tra i coniugi e le loro scoperte, a un certo punto, decide di mostrare anche il lato oscuro della scienza: mostrare cosa hanno prodotto (Hiroshima, Chernobyl), confrontarsi con le ripercussioni dell’invenzione di un nucleo instabile che può sia curare il cancro che causarlo. Satrapi e Thorne in questo caso escono dalla scena, e fanno uscire anche lo spettatore e con l’uso del flash forward mostrano i futuri sviluppi atomici.

In questa svolta audace il film perde energia perché forzato, una scusa non richiesta, un’assoluzione melodrammatica. Ma alla fine, anche se romanzata, ma emotivamente elettrizzante, il film riacquista energia, quando Marie Curie, stanca di essere sottovalutata e svalutata come donna, sale sul palco di Stoccolma per ritirare il suo secondo Nobel e viene accolta da una standing ovation.