Correva l’anno 1982 quando nei cinema uscì Rambo: First Blood (tratto dal romanzo Primo Sangue di David Morrell).
L’ultimo di cinque film (1985, 1988, 2008) esce ora in sala: il 73nne Stallone rispolvera i panni del reduce del Vietnam, John Rambo.

Con scene d’azione che sono diventate icone cinematografiche, con dosi massicce di fanatico patriottismo – utilizzato come propaganda politica dal Repubblicano Reagan (soldato americano contro i brutti, sporchi e cattivi comunisti) – la storia di questo guerriero cult continua in un film diretto da Adrian Grunberg e scritto da Matthew Cirulnick e da Stallone.
Non ci sono più soldati americani da salvare, sovietici da sconfiggere o missionari cristiani da aiutare, John Rambo si è ritirato in un ranch in Arizona dove addestra cavalli. Il trauma post bellico gli rimbomba sempre in testa.
Sotto la sua fattoria ha costruito un labirinto di tunnel, dove in una caverna custodisce come reliquie le sue armi: coltelli, frecce, mitra…
Comunque, sta di fatto che qui ha ritrovato la pace, trascorrendo le sue giornate con la sua famiglia adottiva: Maria (Adriana Barraza) e sua nipote Gabriela (Yvette Monreal).
Sarà proprio per salvare sua “nipote” che John Rambo smetterà i panni di pensionato per tornare in quelli del soldato senza paura.
Gabriela, contro il parere della nonna e dello zio, decide di andare in Messico per trovare suo padre, che la aveva abbandonata da piccola. L’incontro non va come la giovane si aspettava. Per farsi passare la delusione segue una sua amica in un locale. Qui viene rapita da un cartello messicano per essere addestrata come schiava del sesso.
Rambo, immediatamente sulle tracce dell’amata nipote, rischierà la vita pur di salvarla.
La resa dei conti sarà … all’ultimo sangue.
Viene un po’ da (sor)ridere perché ovviamente nell’era di Trump non potevano che essere i Messicani il bersaglio della vendetta del guerriero patriota.

Il volto impassibile di Sylvester Stallone affronta inizialmente una storia di una crudezza e crudeltà (la vicenda della nipote è un accanimento malvagio, di una ferocia efferata) che lo porta a sprigionare una violenza senza eguali. La coreografia della mattanza finale è curata con uno zelo isterico nella descrizione del protagonista mentre forgia armi, affila punta, seguita da morti, esecuzioni, esplosioni, sangue…

Last Blood, sarà l’ultimo? Il montaggio finale di fotogrammi, tra l’epica e il romanticismo, che scorre sui titoli di coda, e fa rivivere la storia saliente di questo guerriero tutto d’un pezzo, lascerebbe presupporre che siamo arrivati al capitolo finale.