“Remake” di Ross McElwee

Remake, presentato Fuori Concorso all’82.a Mostra del Cinema di Venezia, è un documentario sperimentale, il cui titolo si ispira all’idea iniziale del regista di rigirare una versione fiction del suo documentario del 1986 Sherman’s March.

Il progetto e la realizzazione del film, però, non sono i veri protagonisti dell’opera, dedicata ad Adrian, figlio del regista prematuramente scomparso.

La narrazione, infatti, si concentra proprio sul giovane, e il making of – per altro fortemente voluto dal ragazzo – è solo uno dei numerosi elementi che fanno da cornice ad una storia delicata e complessa.

Remake è costituito dall’unione di filmati personali girati dal regista per oltre trent’anni: conosciamo Adrian da bambino, la sua sorellina, li vediamo crescere, ascoltiamo desideri, sogni, tensioni, problemi della famiglia McElwee.

Adrian muore per overdose di fentanyl, e il regista trasforma quest’abisso di dolore personale in una sorta di monito, ma senza essere didascalico: è un uomo che sente di aver sbagliato su più fronti ma prevale in lui il bisogno di raccontare, che aveva caratterizzato anche le prospettive del figlio. Adrian stesso, infatti, aveva iniziato a filmare per documentare la voragine in cui la tossicodipendenza lo aveva trascinato, con la speranza – e la voglia – di uscirne.

Lo spettatore per oltre due ore viene catapultato in questo nucleo relazionale e affettivo, e il punto di vista – anche visivamente – oscilla, soprattutto dopo metà film, continuamente tra le soggettive di Ross e quelle di Adrian. Questa prospettiva coinvolge lo spettatore, emoziona, ma, al contempo, lo rende quasi troppo partecipe, come se stesse invadendo uno spazio personale intimo.

Dal punto di vista tecnico, si tratta di un documentario che conferma lo stile riconoscibile di McElwee, soprattutto grazie al montaggio serratissimo di spezzoni di diversa ampiezza. Nonostante l’elevato numero di sequenze con ambientazioni e temi lontani tra loro, oltre che durate differenti, l’andamento generale del film induce ad una riflessione introspettiva. Vi è, inoltre, una mescolanza di filmati realizzati con attrezzatura professionale e smartphone, oltre che pellicola e digitale. Alle voci dei filmati si aggiunge spesso il voice over del narratore/regista. Il risultato è, pertanto, eterogeneo nella forma ma unitario nel contenuto e nell’esposizione di esso.

Si tratta di un’opera potente, che celebra l’esistenza di chi non c’è più ma che in qualche modo resta per sempre vivo grazie alle immagini in movimento. Quest’idea di fondo affascina i cineasti dagli albori della settima arte, ma in ambito documentaristico esporsi così apertamente non è una consuetudine.