Residenza per Artisti Opendream

Spazi rigenerati nell'ex-Ceramica Pagnossin

La prima Residenza per Artisti Opendream è stata presentata ieri sera, davanti a un vasto pubblico, all’interno dell’area dell’ex-fabbrica di Ceramica Pagnossin. Il complesso industriale si presenta all’anniversario dei suoi cento anni come uno spazio rigenerato e pronto ad accogliere diverse proposte culturali. Quando quattro anni fa l’azienda Zanardo, operante nel ramo della logistica, ha comprato la storica fabbrica Pagnossin, è riuscita a individuare le potenzialità di un complesso che risultava abbandonato. Dopo i necessari interventi di restauro, l’area – di ben 100.000 mq – dimostra tutto il suo fascino. I grandi capannoni in mattoni, i pozzi sotterranei, la zona dove era attivo il famoso “Forno Hoffmann” (celebrato all’esposizione di Parigi del 1889) rappresentano uno spazio di archeologia industriale che ora, grazie alla presenza delle residenze artistiche Opendream acquisisce un valore aggiunto, che punta all’arricchimento culturale di tutta l’area della marca trevigiana.

Opendream è un progetto complesso all’interno del quale collaborano diverse realtà, in particolare le residenze artistiche sono un’esperienza curata da MoCA – associazione culturale nota per il Premio Arte Laguna.

Per la prima Residenza per Artisti Opendream un team curatoriale – composto da Martina Cavallarin, Flavio Arensi e Valentino Catricalà – ha selezionato quattro artisti: Federica Di Carlo, Marina ÓÁZ, Ivano Troisi e Fabrice Hyber. Quest’ultimo, artista francese vincitore del Leone d’Oro per la partecipazione nazionale della Francia durante la 47. Biennale d’Arte del 1997, è riuscito a creare una connessione tra il luogo e i tre giovani artisti. Hyber, che è solito creare installazioni fantasiose e coinvolgenti, ha individuato i tre pozzi artesiani ancora funzionanti nella ex-fabbrica e, attraverso l’opera Links, li ha spiritualmente intrecciati alle opere degli artisti stabilendo così una fase di rinascita dell’area. E proprio Rinascita è il titolo dell’opera di Marina ÓÁZ, l’artista spagnola ha studiato i diversi colori utilizzati un tempo in fabbrica e recuperato gli stampi in resina della produzione di piatti in porcellana, l’opera finale è una vivace installazione che si inserisce nello spazio per celebrarne la storia.

Altre due opere sono legate al passato della fabbrica Pagnossin, un’azienda che dava lavoro a molti abitanti della zona. Ivano Troisi ha ricercato all’interno dello stabilimento i segni lasciati dal trascorrere degli anni, focalizzandosi sulle materie prime della produzione è riuscito a far emergere nella sua opera – Memoria – “l’impronta del tempo sul materiale”. L’opera Vivo alla ceramica di Federica Di Carlo evoca invece l’atmosfera di questo ambiente di lavoro: all’interno di un magazzino dove sono stoccate alcune forme, fluttua nell’aria quella frase che contraddistingueva chi lavorava nella fabbrica e che identificava il luogo con la produzione, una frase che sembra oggi riecheggiare nei muri e si respira in un certo senso all’interno del capannone. L’artista ha volutamente ricreato un ambiente onirico che ben rappresenta le “vibrazioni del luogo”, energie rese ancora più percepibili dal colore scelto per illuminare la stanza: un blu intenso.

La seconda opera di Troisi si distacca leggermente dalle altre perché prende in considerazione soprattutto l’ambiente in cui è nata questa impresa e da cui la fabbrica ha tratto i suoi vantaggi. Macchina per il riverbero mette lo spettatore nella condizione di voyeur, bisogna infatti “spiare” l’opera dalle fenditure di una grata per riuscire a percepire un’immagine poetica, creata insieme ai nostri sensi e ai nostri ricordi, cioè la memoria dell’acqua nella campagna con il suo suono dolce e il riflesso lucente.

Gli artisti hanno compreso l’importanza di sottolineare il rapporto tra la fabbrica, la campagna veneta e i suoi abitanti/lavoratori. Una relazione che va ricordata e mantenuta nel tempo proprio per far sì che questi luoghi non vengano più abbandonati o inutilizzati.

Nel corso della serata ci sono stati diversi interventi di assessori regionali e comunali, nonché ovviamente dell’imprenditore che ha reso possibile questo recupero, cioè Damaso Zanardo che ha confermato l’impegno dell’azienda Zanardo nella rivalutazione dell’area e sottolineato i diversi lati positivi di questo progetto. Damaso Zanardo lo ha definito “un polmone per la città di Treviso. Un luogo che produce emozioni… poiché l’arte deve accompagnarci nella nostra vita quotidiana e aiutarci anche nei momenti difficili”.

A seguire gli Assessori al Turismo della Regione Veneto e alla Cultura della città di Treviso hanno ribadito la visione del progetto INN Veneto “processo di rigenerazione urbana per spiriti creativi”. Il primo – Federico Caner – ha annunciato all’interno dell’area un nuovo hub per il cicloturismo a partire dal 2020; la seconda – Lavinia Colonna Preti – ha definito l’industria della ceramica come il DNA della zona trevigiana e rivelato i “lavori in corso” per un importante progetto quale il Premio Arturo Martini. L’intervento di Santo Romano ha spostato invece l’attenzione sull’importanza a livello occupazionale di progetti di questo tipo, augurandosi che la rigenerazione culturale vada anche di pari passo con una crescita di posti di lavoro. Infine Mimmo Di Vasta, portavoce di Opendream, ha riannodato i vari fili della presentazione ringraziando la rete d’imprese che ha reso possibile la realizzazione di questo vasto progetto (ricordiamo che Opendream oltre alla parte culturale aggrega i settori food & beverage, artigianato e eventi). Di Vasta ha identificato l’azione di offrire agli artisti la memoria storica del luogo come un passaggio di consegne che celebra il centenario della nascita della fabbrica. Un compito che gli artisti partecipanti hanno indubbiamente colto e valorizzato e che si spera possa divenire una prassi consolidata per trasformare, attraverso l’arte, un ex-spazio industriale in – parole di Fabrice Hyber – “un luogo di nutrimento del cuore e dello spirito”.