A Sanremo, da sempre, tutta l’attenzione è concentrata sui cantanti in gara. Ma se è vero (lo è?) che le vere protagoniste sono le canzoni, sarebbe giusto parlare anche degli autori e dei musicisti che danno loro vita. Nel dietro le quinte delle prove di oggi, abbiamo avuto modo di intervistare Giuseppe Barbera, compositore, arrangiatore, pianista e direttore d’orchestra siciliano, dal 2009 collaboratore musicale di Arisa, in gara al Festival di Sanremo 2026 con il brano “Magica Favola”.
Molti giornalisti hanno evidenziato come l’atmosfera sonora di “Magica Favola” rimandi all’immaginario Disney. Sei d’accordo? Come hai lavorato con l’orchestra?
Indubbiamente il mondo Disney è fatto di grandi capolavori. Quindi l’accostamento per me è assolutamente positivo. Io non l’avevo mai notato, devo essere sincero. Anche perché ho sempre lavorato nel pop delle grandi melodie. Negli ultimi 10 anni la componente ritmica ha preso il sopravvento. Per cui è possibile che la gente abbia perso l’abitudine alla melodia, per questo associ questa canzone al mondo Disney. Oltre al titolo, potrebbe essere stato il testo a ispirare questa suggestione. Forse più questo che l’aspetto musicale.
Il nostro podio ideale sarebbe costituito da Levante, Malika Ayane e Arisa. Pensi che il vostro brano abbia chance di finire sul podio?
Dirti che non mi piacerebbe sarebbe ipocrita. Sarebbe una gioia immensa. Però il brano non è stato composto immaginando una vincita, bensì cercando di fare una bella canzone che rispecchiasse la vita di Arisa, una canzone nella quale lei potesse identificarsi, non vincere. Ammetto senza falsa modestia che è stata fatta molto bene. I Mamakass hanno curato la produzione, alla quale io ho collaborato. Questa squadra, compresi gli autori, Anastasi e Galeffi tra gli altri, si ritroverà nell’album che uscirà dopo Sanremo, un album coerente con questo brano, che fotografa il momento della vita attuale di Arisa.
Barthes parlava di “grana della voce” indicando la materialità del corpo che parla la sua lingua materna. Quanto contribuisce la grana della voce di Arisa a fare di questo brano quello che è?
La sua voce è fondamentale. Quando Arisa scrive o riceve una canzone nella quale si trova al 100% si illumina. Anche perché lei usa la voce per raccontare una storia, non per farne sfoggio tecnico. È una vera interprete. Non le serve mostrare le sue doti vocali.
A parte la canzone di Arisa, hai un brano preferito tra quelli in gara?
Devo essere sincero, sperando di non apparire snob. Non ho davvero avuto modo di ascoltare gli altri brani, se non la cover di Arisa di “Quello che le donne non dicono”, questa sera diretta da Roberto Molinelli. È un lavoro bellissimo, che stupirà.
Il tuo primo Sanremo risale al 2004 al fianco di Massimo Modugno con i Gipsy King nel festival di Tony Renis nel 2004 (“Quando l’aria mi sfiora”), poi sei tornato nel 2012 e ancora nel 2016, sempre al fianco di Arisa. Per anni sei stato anche vocal coach e producer di X-Factor e dal 1996 a oggi docente e coordinatore musicale dei corsi al CET, cosa che ti mette in contatto con tanti giovani. Non ti chiederò se in meglio o in peggio, ma come vedi, da musicista, il cambiamento della musica italiana, anche in termini di scelte discografiche / di mercato?
Io sono fiducioso. La musica è cambiata molto più velocemente negli ultimissimi anni rispetto al ventennio precedente. Ma io ho la sensazione che paradossalmente, in un momento in cui l’AI sta prendendo sempre più piede, stia tornando la voglia della musica suonata. I giovani sono molto creativi oggi, ma spero che la società nella quale vivono possa creare un futuro migliore di quello che sembra. La musica pop è sempre stato lo specchio della società. Se i giovani vivono “sporco” e vivono male, di malesseri, la musica trasferirà il loro malessere. Se la società continua a non proporre modelli puliti, virtuosi, la musica continuerà in questa direzione.
Tu usi l’AI?
No. Sono andato a sbirciare per capire come funzionava, ma non l’ho mai usata. Può essere una grande alleata per un musicista. È uno strumento che viene istruito dall’uomo, per cui sono sempre io il creatore vero. L’AI è solo un mezzo, accorcia i tempi, non sostituisce.
Per chiudere ti chiedo un tuo personale ricordo di Ornella Vanoni, con la quale hai collaborato a lungo.
Me ne vengono in mente due. Il primo è l’approccio, quando la conobbi la prima volta, andai nel suo attico milanese, mi aspettava e lei stava provando “Bello amore”, la canzone che aveva pensato di portare a Sanremo. Mi aprì in accappatoio con la faccia completamente coperta di crema. Io mi spaventai e si avvicinò per baciarmi. In un’altra occasione dovevo accompagnarla a un concerto piano e voce. Quando entrai a casa sua, la porta era aperta, la casa avvolta nella penombra e lei era al centro della stanza vestita di rosso, di un’eleganza e bellezza mozzafiato.






