Basterebbero due sole frasi per dire il perché di questo documentario sul Cile.
“Io non sono imparziale”, afferma Nanni Moretti nel corso dell’intervista a Eduardo Iturriaga, Generale dell’esercito del Cile e Vice direttore della DINA, (Dirección de Inteligencia Nacional), la polizia segreta cilena nel primo periodo della dittatura di Augusto Pinochet.
“…Oggi vedo che l’Italia assomiglia sempre più al Cile nelle cose peggiori… Questa è la corsa: l’individualismo… “, afferma in chiusura Erik Merino, uno degli esuli cileni intervistati da Moretti.

Certo, non è imparziale il regista e non lo è nemmeno lo spettatore. Come si potrebbe rimanere imparziali di fronte a fatti documentati e certi, accuse comprovate?
Negli anni Settanta, quando Enrico Berlinguer teorizzava la proposta politica del “compromesso storico”, centinaia di esuli cileni furono rocambolescamente accolti nella nostra ambasciata a Santiago e poi inviati in Italia, dove furono e integrati con un entusiasmo collettivo che non ha avuto pari al mondo. Chi di noi, ragazzi in quegli anni, non ha cantato in piedi “El pueblo unido”? E anche se eravamo troppo ragazzini per intervenire concretamente, avevamo le cassette o i dischi degli Intiillimani.

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Eppure, man mano che il documentario procede, ci si rende conto di quanto l’Italia di allora sia diversa da quella di oggi e di quanto le situazioni che portarono al golpe militare contro il governo di Unidad Popular guidato dal Presidente Salvador Allende, legittimamente eletto, siano analoghe a tante del nostro Paese in questi tempi.

Ecco dunque il perché di questo documentario, che lascia che a parlare siano le immagini – drammatici e straordinari spezzoni di archivio – e i testimoni – oltre venti persone intervistate, e non un manipolo di scalmanati esaltati, bensì tutte persone “per bene”, professionisti e imprenditori. Persino un cardinale. Si ascoltano risposte, raramente si sente quali siano state le domande e solo una volta compare sullo schermo l’intervistatore e regista: solo quando parla Iturriaga.

Un lavoro convincente, confezionato con la cura e l’intelligenza di un grande regista, che sa perfettamente che la testimonianza militante di impegno, di cultura e civiltà non può esimersi dal mostrarsi anche con perfezione, eleganza e raffinatezza formale.
Alla fine qualcuno si potrebbe chiedere perché l’Italia di allora si mobilitò così generosamente solo per il Cile, perché non anche, per esempio, per il genocidio che avvenne in Argentina nel 1976. Ma questa è un’altra storia.