Remake dell’omonimo film dell’82 diretto dal connazionale Sisworo Gautama Putra, Satan’s slaves segna il ritorno sul grande schermo dell’indonesiano Joko Anwar, che dopo la deludente sortita a Venezia72 con A copy of my mind (2015) è tornato a battere la strada del cinema popolare regalando al pubblico del FEFF un horror citazionistico e nostalgico che però aggiunge davvero poco di nuovo al genere.

In una casa in mezzo alla foresta vivono RiniTara Basro, che avevamo incontrato nel ruolo di protagonista sempre in A copy of my mind – con i suoi tre fratelli, la nonna, il padre e la madre inferma. Allorché la malattia si prende la vita di quest’ultima, tutti in famiglia cominciano ad avere delle strane allucinazioni in cui appare loro la defunta. Gli episodi continuano a susseguirsi uno dopo l’altro finché la nonna muore in circostanze sospette: dopo una iniziale incredulità, la possibilità che una presenza maligna incomba sulle loro teste si fa sempre più concreta.

Piuttosto che tentare una riattualizzazione del titolo precedente – soluzione che solo in rarissimi casi ha dato esiti favorevoli nell’horror –, Anwar opta per una riscrittura raffinata, lasciando invariata l’epoca – siamo sempre negli anni Ottanta – e concentrandosi piuttosto sull’ampliamento e caratterizzazione della rosa di personaggi. Ora la famiglia è composta da ben quattro figli, le cui differenze a livello somatico sono risolte con un ingegnoso escamotage: la loro madre ha stretto un patto con Satana per riuscire a metterli al mondo, la qual cosa è avvenuta facendosi ingravidare a turno da diversi membri di una non ben precisata setta. E da questo accordo infernale sembra derivi anche la sua fama di cantante.

Creata dunque l’aura di maledizione attorno alla figura della madre, Anwar infila uno dietro l’altro una serie di piacevoli cliché che devono preparare il terreno per il risveglio dei morti viventi: un vecchio disco che ascoltato al contrario si trasforma in una litania satanica, lenzuola che si sollevano da terra e diventano fantasmi, immagini riflesse negli specchi e così via. Originale invece l’opposizione religiosità islamica/scetticismo, cui si aggiunge anche l’ospite d’eccezione che è l’esoterismo – nella persona dell’appassionato di occulto che aiuta i ragazzi a liberarsi della maledizione –, andando a costituire un triangolo con cui contrastare il potere del maligno.

Peccato però che l’arrivo dei tanto agognati zombie si faccia aspettare fino all’ultimo e che nel mentre Anwar non abbia saputo proporci niente di meglio che jump scare a non finire, peraltro nemmeno così d’impatto perché spesso ammortizzati dal commento della colonna sonora o dalla presenza in campo fin dall’inizio dello spettro. Ci sarebbe piaciuto vedere una digressione più approfondita sul comportamento dei figli più piccoli – davvero inquietanti –, i veri mostri della pellicola, come lo spirito della nonna cercava di avvertire – classico ribaltamento della presenza fantasmatica che si rivela aiutante e non antagonista.

Quando lo spettatore inizia davvero a tremare e a percepire tutta l’angoscia derivante dalla collocazione isolata della casa – anche questa una simpatica novità – è già ora di mettersi tranquilli, perché il salvataggio in extremis dell’occultista amico di famiglia ci farà fare un balzo in avanti di tre anni, in un nuovo appartamento con una nuova vita.

E anche il finale purtroppo è sporcato: l’intuizione dei nuovi vicini di casa satanisti – e non dei satanisti qualunque, ma proprio quelli della setta operante in tutta l’Indonesia cui era affiliata la madre – funziona, ma il ballo erotico della coppia che tocca sorbirsi per tutti i titoli di coda è davvero insostenibile.

Il Satan’s slaves firmato Anwar è insomma godibile per il gioco di riconoscimenti che mette in moto, ma troppo sotto tono per le potenze infernali che chiama a raccolta.