«Scene. Memoir», per entrare nel limpido fatalismo di Abel Ferrara

Nelle librerie è arrivata l’atteso memoir del regista newyorkese: l’infanzia, i film, gli amori e una vivida mappa di New York.

Quando si tratta di biografie di cineasti, spesso hanno successo i dettagli sporchi, gli accordi andati male, l’arroganza artistica e i disastri. Tutti aspetti che oscurano la vera carriera e maestria di un regista, aprendo la porta al revisionismo degli eventi o – peggio – all’autodifesa. Scene, invece, non soccombe a nessuna di queste insidie, è una testimonianza senza compromessi, a volte devastante, ma pieno di momenti sublimi. Di certo, è un risultato singolare.

Come si diventa un regista di culto, un cineasta provocatorio e amato? Ferrara ce lo racconta attraverso le “scene” fondanti della sua vita: l’infanzia turbolenta nel Bronx, l’adolescenza nella provincia dello stato di New York, la scoperta del cinema come strumento espressivo, l’esordio alla regia nel porno, l’amore per il rock’n’roll, l’amicizia con Willem Dafoe e Christopher Walken, le dipendenze e la lenta rinascita.

L’excursus parte dai set improvvisati degli anni Settanta, passa dalle sue pietre miliari degli anni Novanta, come King of New York, Il cattivo tenente e The Addiction – Vampiri a New York, e arriva agli ultimi anni vissuti a Roma, sua città d’elezione.

Scene, edito da La nave di Teseo nel novembre 2025, è la mappa del mondo di un artista “contro” che ha trasformato la violenza, il dolore e il caos in un linguaggio cinematografico unico e personale.

«Alta, bella, di una famiglia aristocratica russa dai modi europei, anni luce dalla zona di guerra da dove arrivavo io, popolata da lavoratori originari dell’Italia del sud. Ci eravamo incontrati al Rockland Community College, che per chi veniva da North Westchester era come studiare alla Sorbona». Ecco Nadia, fidanzata e star del suo film di laurea, Could This Be Love. Avrebbe dovuto essere il loro «biglietto per il Paradiso», ma lei lo molla, per cui Abel, con l’unico abito che ha, armato di una chitarra Goya e della pellicola se ne va nella notte gelida: «(Nadia) voleva fare l’attrice, ma non aveva il fuoco che ardeva in me».

Profondo e autoironico, montato come un brano musicale (la musica è molto presente nel libro, a partire da Blood On the Tracks di Dylan) Scene è come uno dei film di Ferrara: limpido e implacabile, anche con sé stesso.

La narrazione di sé è spezzettata in frammenti che illuminano come flash la sua «storia». Il regista colloca la sua formazione nella campagna a nord del Bronx, segnata da una precoce passione cinefila. Alcuni dei passaggi più illuminanti riguardano proprio il suo rapporto con il fare cinema: un’industria di cui ha sempre rifiutato la morsa e l’establishment, pur conoscendone benissimo i meccanismi.

Dopo gli inizi nell’hard core («potevamo anche illuderci di girare Salò o Ultimo Tango o un film di Fassbinder, ma era un film a luci rosse, con scopate e orgasmi autentici e, oltre a guadagnare una fortuna, la gente finiva dietro alle sbarre per queste cose»), gli anni Ottanta e Novanta lo hanno reso famoso con L’angelo della vendetta, King of New York, Il cattivo tenente, UltracorpiOcchi di serpente, Fratelli. Quel periodo, descritto in dettaglio vivido e spesso doloroso, regala una mappa geografica e culturale della New York di quegli anni – personaggi, locali, zone, pericoli – in un furore creativo inscindibile dalle dipendenze da alcol e droga. Ferrara dedica momenti molto belli ai collaboratori – la gentilezza precisa di Christopher Walken, la veggenza di Harvey Keitel, la comprensione di Willem Dafoe, il talento di Zoe Lund – e descrive le sue donne: Nadia, Marla, Asia, le mogli Nancy e Cristina. Il tutto intriso di dolce fatalismo che rende Scene un titolo imperdibile.

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