Insolitamente presentato fuori dal concorso principale di Venezia 83, Scherzetto è il dodicesimo lungometraggio di Mario Martone, il quarto nell’ultimo lustro, immediato successore dei poco riusciti Nostalgia e Fuori. Pare quindi che trasporre Starnone sul grande schermo non sia più un privilegio esclusivo di Daniele Lucchetti, regista (oltre che di una stagione de L’amica geniale) di Lacci e Confidenza, ambedue tratti dai romanzi omonimi dello scrittore napoletano, affermatosi sulla scena letteraria con il suo nome e su quella internazionale, in coabitazione con la moglie Anita Raja, dietro l’eteronimo Elena Ferrante. Una coabitazione fruttuosa è anche quella tra Mario Martone e la consorte Ippolita di Majo, iniziata nel 2014 con Il giovane favoloso e proseguita fino a oggi: da quel momento la coppia ha scritto ogni sceneggiatura a quattro mani, incluso Scherzetto, ennesimo adattamento cinematografico starnoniano. Una coabitazione meno armoniosa è invece quella tra Daniele e Mario, i due protagonisti del romanzo e del film, chiamati a un duello tanto inconsapevole quanto esistenziale fra quattro mura e un balcone.

Rinchiusi in un appartamento nel Lavinaio, Daniele Mallarico – Toni Servillo – e il piccolo Mario – l’assoluto esordiente Lorenzo Perrotta – sono nonno e nipote, due personaggi agli estremi opposti della vita ai quali il triduo di convivenza impone un confronto fatale. Daniele è un illustratore burbero e cinico, ormai vedovo e milanesizzato, dal talento mai veramente riconosciuto, alle prese non tanto con i fantasmi de L’angolo felice, il racconto di Henry James alla cui edizione illustrata sta collaborando senza troppa convinzione, quanto con quelli che infestano la sua vecchia casa: il padre padrone, la moglie delusa, i fallimenti scolastici, il bullismo del liceo mai superato e anzi sublimato nella professione, dalla quale non ha mai ottenuto l’agognato rispetto; Lorenzo è un cinquenne anomalo, un bimbo precisino e saccente, quasi un prodigio d’autonomia che purtuttavia non ha ancora imparato a contare, ostaggio del matrimonio frustrato dei genitori (ambedue matematici!) e già preda di alcune precoci fissazioni freudiane.

Scherzetto è stato girato quasi interamente in un appartamento analogo a quello in cui lo stesso Domenico Starnone visse da ragazzo ed è, come già intuibile, un film di fantasmi. Come l’editore sbarbatello rimprovera a Daniele di non cogliere la vera natura dell’apparizione fantasmatica in James, surrogandola con le proprie ossessioni (scure e imbruttite), così anche Martone inspessisce il sostrato subcosciente dell’anziano disegnatore con un’operazione di “rimpiazzo spettrale”, attribuendo al protagonista i propri ricordi, in luogo dei rimpianti originariamente concepiti nel testo scritto. Daniele del resto è un altro degli autoritratti che Martone ricerca nel suo cinema, un personaggio animato da un forte slancio verso la creazione, pertanto è quasi naturale che lo sguardo e le memorie del regista si sovrappongano a quelli del personaggio. In controcanto, sembra palese che l’autore riveda tale pulsione nella veracità del bambino: dietro la facciata da automa costruita dagli orgogliosi genitori si cela un’agitazione genuina, quasi truffautiana, che si rivela quando Mario cala i suoi giocattoli con corda e secchio ad Attilio, il coetaneo del terzo piano, bypassando il rigido inquadramento materno.

Una volta conquistata l’agiatezza economica, la famiglia Mallarico potrà essersi allontanata dagli schemi patriarcali eppure mostra di averli sostituiti con quelli, affini, di un certo classismo piccolo-borghese. I nostri inoltre si ostinano ad abitare in un plesso immobiliare di periferia avvitato su se stesso, i cui piani divengono circolari e finiscono per assomigliare a gironi infernali, quasi a suggerire un’ostilità ambientale, come in un imbuto naturale di risentimento. Ordine familiare e sociale comunicano fra loro: nelle pose dei fantasmi dal tono seppia s’intravede un’altra epoca, quella della Napoli anni ’60, impregnata di un tradizionalismo soffocante per la sensibilità dell’artista; questo vale tanto per lo scrittore quanto per il regista, senza dimenticare l’interprete. Ed è peraltro curioso che la triade Starnone-Martone-Servillo, la cui tripla sovrapposizione avrebbe le potenzialità per registrare il più altro coefficiente di napoletanità di sempre al cinema, abbia invece congegnato un film dal quale il dialetto è pressoché bandito, circoscritto all’ambito sociolinguistico, contrassegnando la povertà materiale e culturale della numerosa famiglia di Attilio.

Martone ha progettato Scherzetto a partire da alcuni vincoli autoimposti, come la ferrea unità di tempo e spazio, confinandosi all’interno di un’appartamento dai corridoi e dalle stanze stretti, in grado tuttavia di celare meandri nascosti dove si annidano, immobili e silenti come le fotografie delle quali sono emanazione, le ombre della generazione precedente, oggetto delle velleità di rivalsa dell’illustratore. Per la medesima ragione invece stona la sequenza della passeggiata, che spezza l’incantesimo ambientale dell’opera e non aggiunge niente al quadro che caratterizzerebbe il personaggio di Servillo. Se, per assurdo, non si fosse mai visto in ripresa l’esterno dell’abitazione se non tramite il balconcino, portale verso un vuoto metafisico da cui l’iconografo si sente risucchiato, la resa generale dello spazio filmico ne avrebbe beneficiato – non troppo diversamente da quanto accade ne L’inquilino del terzo piano, una chiara ispirazione nella costruzione del film.

Un’altra restrizione, forse ancora più cogente, riguarda il casting. Affidarsi a un bambino in età prescolare senza, ovviamente, nessuna esperienza pregressa, e quindi del tutto ingovernabile per quanto concerne tempi e modi dell’usuale realizzazione di un lavoro di tal fatta, comporta quasi una sfida in cui il regista s’è scientemente imbarcato, accogliendo l’anarchia che giocoforza scaturisce da una situazione dominata dall’ingenuità irrecuperabile dell’infanzia. In questo “campo incognito”, territorio dove il bambino è sovrano, il confronto tra le due generazioni si fa scontro necessario. Dalla tensione affettuosa irradia un’elettricità invisibile; sono l’uno contro l’altro in una prova di resistenza morale, per quanto giocosa. Entrambi ai margini dell’esistenza, chi troppo piccolo per comprendere il passato e chi troppo vecchio per guardare al futuro, i protagonisti disputano un duello che annichilirà ineluttabilmente uno dei due. Il culmine avviene nella sequenza della contraffazione del disegno, nella quale la battaglia viene vinta da Mario, cui segue il tragicomico imprigionamento nel terrazzino di un mai così vecchio Daniele, umiliato dapprima nello spirito e poi financo nel corpo. In questa fase Martone ricorda di essere un virtuoso del cinema, aggirando l’ostacolo dell’infisso difettoso con una varietà di soluzioni di notevole perizia tecnica e divertendosi pure con gli stilemi del genere horror.

Scherzetto non è certo una prova del calibro degli altri grandi film di Martone, né un consistente passo in avanti rispetto all’impaludamento recente della sua poetica, eppure ha quantomeno più pregio una trasposizione del romanzo starnoniano in questi termini rispetto alle ricostruzioni posticce di Lucchetti, perfetta incarnazione di un cinema italiano sclerotizzato, incapace di interrogare davvero la letteratura nazionale, spesso e volentieri disposto a rifugiarsi nel sistema passante del romanzo de papa, alla costante ricerca dell’approvazione altrui, proprio come Daniele Mallarico.