Sciatunostro, diretto da Leandro Picarella, è un film che unisce armonicamente una storia di fiction e materiali d’archivio dalla seconda metà del Novecento a oggi. Entrambe le storie – che si intersecano in maniera indiretta in un primo momento e, nella seconda metà della pellicola, esplicitamente – sono ambientate nella piccola isola di Linosa.
Il luogo è un vero e proprio personaggio oltre a costituire la cornice fondamentale che ritma le vicende, è parte integrante dei racconti: due bambini, Ettore e Giovannino, vivono l’estate giocando insieme, con semplicità, a stretto contatto con la natura (il primo non indossa mai le ciabatte e arriva a fine giornata con i piedi lerci, potente immagine metaforica); Pino è un anziano abitante del borgo, passa le giornate al computer, montando i video da lui stesso girati a pellicola e digitalizzati, sono ricordi di famiglia, cellule di un mondo che – almeno fuori da Linosa – non esiste più.
Ettore dopo l’estate dovrà lasciare l’isola per andare “sulla terraferma” (in realtà si trasferirà ad Agrigento, dunque, in un’altra isola), l’amico teme fortemente il momento del distacco e, quando in autunno Ettore non sarà più a Linosa, Pino diventerà una sorta di amico e mentore.
Il regista mostra senza veli l’autentico stile di vita lento, tramutando in immagini la forse troppo idealizzata slow life: un’isola piccola e così marcatamente identitaria porta con sé una scelta di vita in qualche modo estrema. Diventa interessante in quest’ottica il rapporto tra passato e presente, incarnato dai personaggi: seppur appartenenti a diverse generazioni il vivere a Linosa li pone su uno stesso piano, svolgono le stesse attività, in qualche modo pensano nella stessa maniera.
Si indaga sulle dinamiche difficili tra chi parte e chi rimane, dando voce a questi pensieri anche attraverso molti personaggi secondari.
Il film ha un’atmosfera nostalgica: sembra che lo sguardo venga indotto a volersi trovare nel mondo mostrato dai filmati di repertorio, sensazione supportata dalla fotografia e dalle tecniche utilizzate per filmare anche la sezione di finzione. La colonna sonora concorre ad alimentare questo sentimento, attraverso l’uso di brani di musica italiana (soprattutto degli anni ‘80, forse il decennio che più manca agli italiani).
Complessivamente il film costituisce uno spaccato interessante di un territorio a sé, affascinante ma complesso: la forza sta nel parlare di temi universali come distanza, amicizia, malinconia in una dimensione che può variare senza problemi dal particolare al generale.
Il rischio è di dare un’immagine di un luogo in qualche modo utopico: caratteristica smontata dal procedere riflessivo dell’opera stessa, un ritmo che – applicato alla vita quotidiana – potrebbe spaventare chi è solito vivere freneticamente.





















