Con solo uno smartphone alla mano, gli adolescenti Alessandro e Pietro, nati e cresciuti in un sobborgo periferico di Napoli, raccontano la loro quotidianità e la quotidianità degli altri abitanti del microcosmo in cui vivono. Rigorosamente dalla prospettiva del selfie, che permette anche a loro di essere personaggi di quanto filmato.

A mo’ di integrazione a quanto visto nel riuscitissimo La paranza dei bambini, unico film italiano in concorso quest’anno a Berlino, nel programma “Panorama” del festival tedesco è stato presentato un altro lavoro proveniente dalla nostra penisola e incentrato sulle giovani generazioni del napoletano. A differenza del film di fiction di Claudio Giovannesi, però, qui ci troviamo di fronte a un curioso progetto documentaristico “artigianale” che, inoltre, cattura una realtà con sfumature leggermente diverse rispetto a quella raccontata da Saviano sulla pagina e da Giovannesi sullo schermo, allargando il quadro complessivo sui rioni napoletani e sulle peculiari modalità che scandiscono l’esistenza di chi ci vive, bambini e adolescenti in primis.

Agostino Ferrente, che già nel 2013, con il suo Le cose belle, aveva seguito sul lungo periodo le esistenze di un gruppo di giovani napoletani, era partito dall’idea di indagare il contesto in cui un sedicenne in motorino era rimasto ucciso per errore dai carabinieri. Si è dunque recato nel rione Traiano, normalmente ritenuto dall’opinione pubblica un ghetto in pugno alla camorra, e ha conosciuto alcuni amici del ragazzo morto, che condividevano tanto l’estrazione sociale quanto gli interessi e i sogni di quest’ultimo. Così ha preso gradualmente forma il progetto di lasciar sviscerare la quotidianità del rione Traiano direttamente a questi ragazzi, non solo testimoni e osservatori, ma parte integrante di questo mondo, in tutte le sue sfaccettature. E le tecnologie di oggi hanno fatto il resto: va da sé che per un millennial come i due protagonisti e co-autori di Selfie è del tutto naturale fissare anche gli eventi piu’ banali sullo schermo dello smartphone e renderli immediatamente pubblici, meglio ancora mettendoci letteralmente la faccia. Presentarsi e raccontare di sé su Instagram o YouTube, filtro attraverso cui gli adolescenti di oggi si affacciano al mondo, è quasi piu’ usuale che non farlo dal vivo (e anche nel già citato La paranza dei bambini balzavano all’occhio degli esempi molto calzanti di tutto ciò).

Ovviamente, però, qui non si tratta di materiale grezzo caricato alla bell’e meglio sui social: la mano di un documentarista già esperto della tematica affrontata si nota, e non solo nella scelta dei frammenti e nel lavoro di montaggio per arrivare a costruire, in un’ora e un quarto, un affresco complessivo del rione. Il regista era infatti spesso presente, insieme al suo fonico, mentre i ragazzi filmavano, e li ha dunque potuti adeguatamente guidare nel lavoro, senza che però il girato ne soffrisse in termini di spontaneità – il temperamento disinvolto dei ragazzi napoletani a prescindere dalla presenza di un occhio filmante, d’altronde, non ha potuto che venire in aiuto del regista, dall’inizio alla fine.

Attraverso la prospettiva del selfie tanto cara agli adolescenti, gli spettatori, come anche il regista al momento delle riprese, non adottano mai il punto di vista dei ragazzi e non vedono ciò che si trova davanti a loro: come nel documentario di un entomologo, possono osservarli da vicino insieme all’ambiente circostante. Con l’importante differenza che sono le creature osservate, e quanto mai ansiose di farsi notare, a poter gestire come meglio desiderano i movimenti della camera, gli zoom, gli scorci che permettono di fare caso a determinati dettagli.

Il risultato di questo esperimento consente di aprire uno squarcio su un mondo che è piu’ ricco di sfumature di quanto ci potrebbero far credere le registrazioni asettiche delle telecamere di sorveglianza che inframmezzano a tratti la narrazione via selfie, quasi a ricordarci quanto la nostra visione normalmente “esterna” dell’universo napoletano sia limitata e guardi alle strade e alle brutte palazzine che le costeggiano, ma non alle persone. Forse, a rione Traiano c’è un filo di speranza anche rispetto alla spirale di violenza senza apparente via d’uscita tracciata da Saviano-Giovannesi: Alessandro, Pietro, i loro vicini di casa, i ragazzi e i bambini coinvolti nei casting del regista (oggetto di altre gustose digressioni dalla narrazione via selfie, dove Ferrente mette ulteriormente a nudo il proprio lavoro in progress sul film) si muovono senz’altro in un piccolo mondo con regole a parte. È un mondo segnato dalla piaga della criminalità organizzata (percepita come qualcosa “nella norma” che non inficia l’umanità di chi spaccia o spara), da padri o zii in carcere, dall’abbandono scolastico (per inseguire il sogno di diventare un calciatore e “fare un sacco di soldi”, per imparare un mestiere come l’apprendista barbiere Pietro o per incomprensioni con insegnanti forse poco empatici come nel caso di Alessandro). Ma c’è anche l’atteggiamento critico nei confronti di chi ha scelto la camorra come via di fuga dal disagio, c’è la sincerità dei rapporti tra gli amici, c’è la voglia di maturare – fosse questa veicolata anche solo dalla decisione di Pietro di dimagrire e pensare finalmente alla propria salute, o dalla visita di Alessandro al monumento a Giacomo Leopardi, per dimostrare alla professoressa poco empatica di avere capito L’Infinito, e pure molto bene.

Se volete liberarvi da alcune delle incrostazioni che si sono depositate su Napoli e dintorni dopo una decina d’anni in cui la città partenopea viene letteralmente saccheggiata da autori di film di fiction, documentari e serial con tasso di criminalità (e di romanticizzazione di quest’ultima) piu’ o meno alto, le inquadrature ballerine di Selfie vi restituiranno senz’altro una sensazione di freschezza e autenticità. Il videolaboratorio dei ragazzi di rione Traiano, insomma, ha sfornato un buon prodotto.