“Serotonina” di Michel Houellebecq

Florent-Claude Labrouste è un quarantaseienne tecnico agronomo del Ministero dell’Agricoltura francese, figlio di genitori suicidi, alle prese con un’incalzante depressione e costretto ad assumere dosi elevate di Captorix (antidepressivo immaginario), espediente che richiede, tuttavia, un notevole sacrificio: la totale astenia dei sensi.

Dopo un passato fatto di poche storie segnanti, di cui forse soltanto una – quella con Camille da Silva, figlia dell’unico gestore d’una edicola-tabacchi in quel di Bagnoles-de-l’Orne – davvero indelebile, incapace di controllare la sua vita, in quella che percepisce come una decidua “seconda parte” della sua esistenza, il protagonista vive in uno stato di estenuante e dolorosa prostrazione.

Stufo del suo lavoro e del dover mantenere l’esigente compagna nipponica d’alto rango, vittima dell’insopportabile vacuità di giornate prive di fatti tangibili o di mere ragioni di vita, decide di mollare tutto senza alcun preavviso e di dirigersi altrove, in una sorta di viaggio evanescente a ritroso nel passato.

Sullo sfondo della crisi dell’industria agricola e delle manifestazioni di protesta – in particolare degli allevatori normanni della Manche e del Calvados – contro la soppressione delle quote latte, la corsa verso lo sfacelo di Labrouste sembra inesorabile, fino a toccare il fondo, quando il suo migliore amico Aymeric diviene attivista della protesta armata, compiendo un gesto estremo.

Serotonina è un urlo sordo, un colpo di carabina (mancato), una messa. La ricaptazione del “male oscuro” (la depressione), della gentrificazione di alcuni quartieri, del voyeurismo delle emittenti televisive, del patetismo della condizione umana, dell’ascesa dei partiti populisti, dell’Europa percepita come spettro d’una globalizzazione claudicante, della crisi economica e dell’impoverimento d’un’intera classe sociale.

Houellebecq, anfitrione dell’autofiction, tratteggia una vera e propria indagine sull’inconscio, utilizzando gli stilemi del nouveau roman, e sul rapporto problematico tra identità e differenze, in una società dominata dalle morbosità per le immagini e dai simulacri. La presenza umana è ridotta alla funzione di lente, come l’école du regard (scuola dello sguardo) insegna, e di occhio passivo che si limiti a fotografare la realtà esterna in una minuziosa e quasi ossessiva rappresentazione dei dettagli.

In un’epoca complessivamente disumana, in cui Dio è uno sceneggiatore mediocre, tant’è che nella sua Creazione sembra non esserci nulla che non abbia il segno dell’approssimazione e dell’insuccesso, Florent-Claude intesse una sorta di cerimoniale del ricordo, al fine di convincersi d’aver vissuto.

In una simile caduta libera verso l’annientamento, si sopravvive solo grazie allo “sperare contro ogni speranza” tipico dell’essere umano e della sua resilienza, perché – Baudelaire docet – “quando il cuore ha ormai fatto la sua vendemmia, vivere è un male”.

Il mondo, trasformato in una superficie neutra, priva di rilievo ed attrattiva, sopravvive solo in alcune immagini, incollate ad una parete di sedici metri quadri, in mezzo ad un nulla confuso. Non resta che abbandonarsi alla forza di gravità, ultimo rettifilo di chi ha sempre, in fondo, saputo che la vita non era alla sua portata.

Michel Houellebecq
Serotonina
La nave di Teseo, 2019
pp. 332, € 19,00