Giunge infine a conclusione uno di quei prodotti che avrebbero dovuto rivelarsi degli autentici eventi estivi, dopo otto episodi vellutati ma non sempre ben calibrati, questo sibillino Sharp objects, mai in grado di ancorarsi e perennemente ondivago tra una precisa cifra stilistica e la pretesa di essere di più di quanto in realtà non sia, eppure capace a tratti di catturare o spettatore. Laddove gli episodi sei e sette – rispettivamente Cherry e Falling – avevano fallito, finendo piuttosto per illuminare le colonne portanti più traballanti della serie, Milk, una sorprendentemente breve conclusione (appena 45′) aggiusta negli ultimi secondi il tiro della serie, senza però redimerne tutti i peccati.

Il punto della situazione

Camille ha appena realizzato che potrebbe essere sua madre la responsabile dei tre omicidi, e quando si reca da lei, si “rimette alle sue cure”, psicologicamente devastata. Mentre una parte di lei vorrebbe abbandonarsi a quello che Adora aveva sempre desiderato – avvelenare e curare, nuocere e guarire – l’altra è determinata a sfruttare questa situazione a discapito della salute del proprio corpo per incastrare così il genitore. Il piano funziona, ma quanto segue nell’immediato sembra non poter restituire una risposta definitiva a tutti i misteri e punti ciechi dello scandalo rurale e conturbante di Wind Gap.

La miniserie

Milk, inutile negarlo, di fatto viaggia nella linea di mezzeria fra la conclusione e l’epilogo, non tanto per la struttura bipartita su cui l’episodio è costruito, ma piuttosto per l’impostazione puramente narrativa che si dà. Se la serie sinora aveva preferito procedere a rilento saltellando con eleganza tra passato e presente, l’ultima puntata della stessa ha funzione più operaia, portando a termine le linee dell’intreccio in una sorta di inedito reckoning tra mura domestiche, quelle dell’enorme casa padronale divenuta presto un inferno vero e proprio per chiunque vi abbia risieduto. L’espediente della sindrome di Münchhausen per procura era piuttosto volgare, ma la dinamica che intercorre tra le tre donne continua a dare vita a una sorta di magnetismo che – anche grazie a delle interpretazioni di livello, Patricia Clarkson nettamente in testa  – evita una eccessiva banalizzazione degli schemi e scambi trai personaggi; l’epicentro totalizzante che alberga all’interno di questo triangolo e si estende a tutto il borgo è l’unica vera costante degna di interesse in Sharp objects.

La messa in scena della sequenza topica è altresì meritevole di nomina, specie nel momento in cui inizia a trasudare grottesco da tutti i pori, da Camille che striscia disperata e intimamente divisa ad Adora che viene aiutata dalla governante ad infilarsi il tacco 12 nel momento dell’arresto, dal disprezzo suscitato dal capo della polizia locale alla vuotezza adolescenziale di Willis. Viceversa invece funzionano meno sia i flashback, oramai inutilmente ridondanti (con lo scopo di ribadire la chiave stilistica della miniserie più che arricchirla, creando un piccolo “marchio” – ennesima prece) che, raschiando senza troppi complimenti il fondo del barile, l’editor-ex-machinaincarnando nuovamente quel tipico elemento melenso che magari stavamo iniziando a scordare. Questa duplice resurrezione di un tema astratto e di un personaggio francamente senza capo né coda, smorza quel delicato equilibrio che si era venuto a creare in quei minuti – ancora peccato.

Milk dunque smorza l’entusiasmo dello spettatore, e non certo con l’intento di farlo; a ogni momento di qualità finisce per corrispondere una forzatura di livello analogo, a ciascuna sottigliezza altrettanta ruvidità negli attimi successivi. Tra alti e bassi ha viaggiato Sharp objects, tra alti ancora più alti e bassi più profondi viaggia la sua puntata conclusiva. La seconda parte dell’episodio infatti viaggia su binari più leggeri, saltando avanti nel tempo, chiudendo le linee tematiche con rozza frettolosità, e riaffermando ancora una volta la fragilità di fondo dell’ultimo prodotto di casa HBO, la sua pochezza strutturale che ammantata di una tecnica elaborata (Vallée è sempre impeccabile, chiaramente, ma spesso si palesa meravigliosamente inutile e null’altro) e snobismo, scopre invece un lavoro di piccolo cabotaggio.

Conclusioni

Sarebbe superfluo evidenziare come il solito paragrafo conclusivo che si interroga sul futuro della serie in esame sia del tutto inutile in sede, vale però la pena soffermarsi un attimo sul futuro della TV cable per le vesti con le quali si presenta mediante Sharp objects, poiché – si sarà già accennato ma repetita iuvant –  una miniserie di tale pretenziosità fa solo il gioco della terribile “tablet-serializzazione” di cui Netflix si fa araldo. Di fatto siamo sempre innanzi alla scabrosità gossipara di una narrazione per casalinghe di Voghera con tutti gli elementi tipici del genere (si vadano pure a vedere le varie particolarità di questi aspetti negli episodi del giro di boa), pretenzioso e sostentato soltanto, per non dire direttamente salvato, da una forma che almeno nelle prime settimane si mantiene interessante e da una messa in scena che sarebbe da manualistica definizione di discontinuità ma riesce ugualmente a regalare qualche chicca. L’affossamento definitivo arriva con un lieto fine mascherato da finale agrodolce – il peggio del peggio – e le varie dichiarazione programmatiche di cerchiobottismo, con cui vengono infine giustificate tutti i problemi più ampi, addirittura legittimando la pornografia giornalistica tanto fintamente criticata nella prima coppia di episodi. Il “colpo di scena finale” in conclusione è più scontato delle pentole di Mastrota, come andiamo avanti a presagire da almeno un mese, ma quel che ne determina la bruttura è piuttosto la mala gestione a livello di ritmo e preparazione scenica, nonché nel gretto psicologismo nel quale cade, evitando a tutti i costi la complessità per rifugiarsi in una menzognera soggettività. Deludente.