Slovacchia, periferie cittadine, campi nomadi. Le condizioni di vita sono quelle che ci si può immaginare, fra baracche fatiscenti e servizi igienici “immaginari”, ma è proprio l’immaginazione che non manca ai ragazzini della comunità: chi sogna una casa, chi l’incontro con il proprio campione sportivo, il tutto però rigorosamente in silenzio, poiché sono sordomuti.

Lo slovacco Pavol Pekarcik ha già al suo attivo alcune esperienze lavorative interessanti, come la co-regia di Velvet Terrorists (2013), in cui insieme a Peter Kerekes aveva narrato di alcuni oppositori del regime comunista cecoslovacco distintisi per attività di sabotaggio, o ancora la collaborazione al buon Gipsy (2011) di Martin Sulik, ritratto niente affatto superficiale della comunità rom. Qui ritorna ad esprimersi sulle difficili condizioni di vita di quel popolo, scegliendo una equilibratissima via di mezzo fra scrittura di situazioni e documentario osservazionale. Egli scova alcuni soggetti di per sé interessanti, lascia scorrere i suoi adolescenti in un flusso vitale naturale e li inscrive senza forzature in quella che sembra essere una metafora di incomunicabilità antropologica: alcuni rom che oltre ad essere malvisti dai “gadji” inurbati (ossia: noi), hanno anche l’handicap di potersi esprimere solo a gesti, perché sordomuti. È come se una sorta di piccola maledizione si fosse accanita su un popolo già di per sé vittima di problemi di comunicazione, trasformandone per un curioso maleficio la più giovane generazione in esseri “senza voce”.

Ma Pekarcik non ci mette davanti dei freak, né costruisce castelli teorici sulla segregazione, ché invece i suoi piccoli sognatori sono pieni di energia e gioia di vivere. C’è la piccola calciatrice talentuosa, capace di decine di palleggi e aspirante Ronaldinho, due raccoglitori di rottami che provano ad aiutare la famiglia a ricostruire il bagno di casa, ma anche il giovanissimo “trainspotter” che invece che a scuola passa le sue mattinate a scrutare i vagoni che passano, altro quadretto metaforico di un “nomade” che da quella palude non potrà difficilmente allontanarsi.

Fra le tante qualità di questo “Giorni silenziosi” c’è dunque lo sguardo neutrale, lontano da qualsiasi paternalismo così come ovviamente da rigurgiti razzisti: siamo ovviamente testimoni di situazioni disagiate, ma (pur senza giungere a immotivati ottimismi semplificatori) le famiglie protagoniste sono colte nella loro “specifica normalità” di nuclei che aspirano a qualcosa di meglio. Chi vorrebbe un’auto nuova, chi semplicemente una toilette funzionante, chi ancora una cucina in cui non ci si debba calpestare i piedi a vicenda…È il semplice, non urlato desiderio di miglioramento della propria quotidianità a sostenere queste quattro storie, inquadrate in un contesto periferico, comprensibilmente misero, ma non pauperistico. La bellezza e la gioia minuta sono nascoste ad ogni angolo, fra stormi di bambini vocianti, gesti ironici e mimetici di sorprendente poesia (si vedano i ragazzi che fingono un borghesissimo “tè delle cinque” seduti su una tazza di water…), e dialoghi fra genitori che risultano ben più stranianti dei silenzi dei figli.

Lungi da barocchismi kusturiciani o da spiccioli approcci sociologici, questo Silent Days è invece paradossalmente un film “parlante”, uno sprazzo di curiosa osservazione che si autoimpone degli interessanti limiti logistici (l’impossibilità di far parlare alcuni dei protagonisti principali), ma domina ugualmente con lo sguardo e la cernita drammaturgica un “discorso” che fa tesoro di una preziosa economia verbale.