Rio e Andrea sono due ventenni croati che, durante l’estate, sbarcano il lunario – lui come aiuto cuoco, lei come estetista – in una località balneare dell’Istria dove, al di là della presenza stagionale dei turisti, le prospettive di realizzazione personale scarseggiano e la disparità sociale tra gli abbienti visitatori e la maggior parte dei locali si fa sentire. Per ‘arrotondare’, Rio si dà a piccoli furti. Andrea diventerà inaspettatamente una sua alleata, ma entrambi sognano un altrove in cui volare più in alto… 

È malinconico e crepuscolare, nonostante l’ambientazione estiva nella soleggiata area di Pola tradizionalmente apprezzata dai turisti italiani, questo primo lungometraggio del giovane regista istriano Mate Ugrin, presentato ora nella sezione Proxima del Festival di Karlovy Vary 2026. Ciò di cui siamo testimoni è infatti l’esistenza, normalmente in ombra e invisibile agli occhi di chi si gode spiagge, barche e cene di pesce al ristorante, dei tanti locali che tengono in piedi, spesso da posizioni lavorative quanto mai precarie, un comparto turistico croato in piena espansione, tra località balneari sempre più gettonate (e sempre più care). Al di là della gentrificazione, che sostanzialmente si limita agli hotel e alle aree limitrofe, il livello di vita dei croati di estrazione modesta non sembra infatti migliorato: anzi, il divario tra ricchi e poveri pare crescere senza possibilità di ritorno e, sebbene la Croazia sia da anni un paese membro dell’Unione Europea, l’atteggiamento degli italiani o dei francesi in vacanza nei confronti della gente del posto ha, in Petty Thieves, un sapore quasi ‘coloniale’, quasi i croati fossero ancora quei ‘balcanici’ esotici e selvaggi cristalizzatisi in certo immaginario collettivo di marca ottocentesca. Le pratiche vicine al turismo sessuale cui si dà Rio sembrano del resto una conferma di tutto ciò, al pari della secca osservazione di una cliente altoborghese dell’hotel, che si fa fare la manicure da Andrea profferendo con sufficienza che la Costa Azzurra, però, è tutto un altro livello. Peraltro, il regista ha scelto di mettere in rilievo le condizioni poco rosee di tanti croati, ma va ovviamente detto che nella stessa area non manca lo sfruttamento, ancora più invisibile e silenziato, di migranti di varie provenienze. 

Risulta quindi automatico associare i furtarelli dei due protagonisti Rio e Andrea, novelli Bonnie & Clyde in salsa adolescenziale e in un contesto turbocapitalista, all’archetipo di quel Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri: in fondo Andrea spedisce soldi a casa, dove – e questa è una delle poche informazioni che abbiamo sulla sua storia pregressa – ha un fratello minore e una famiglia con cui comunica poco; Rio, rimasto senza genitori – e anche qui la sceneggiatura ellittica non ci consente di saperne di più – dà una mano alla nonna, divisa tra un marito ricoverato in una casa di cura per una grave forma di demenza e un simpatico corteggiatore italiano, un altro affezionato villeggiante della riviera istriana che però, differentemente dagli ospiti dell’hotel, si dimostra se non altro affabile e prova addirittura a parlare un po’ di croato.

Nella loro bizzarro e in ultima istanza breve connubio tra marginali, basato su una solidarietà generazionale e, potremmo dire, anche ‘di classe’, sia Rio che Andrea sognano un futuro diverso, al di là delle difficoltà nel lasciare l’unico microcosmo che abbiano mai conosciuto. Ed entrambi, alla fine, riusciranno ad andarsene, in momenti diversi e ciascuno per conto proprio, anche se – e queste sono le ennesime piroette ellittiche della storia – non è chiaro né dove stanno andando, né come: e forse non è importante saperlo, perché ciò che conta è la loro intenzione, la loro voglia di provare, finalmente, a vivere una vita diversa. Se la frammentazione della trama e alcuni strascichi superflui nella parte conclusiva possono suscitare delle perplessità, è pur vero che Ugrin ha voluto girare un film fatto di atmosfere, dove prevalgono silenzi e non-detti che accentuano la delicatezza con cui viene tratteggiato il rapporto speciale tra i due protagonisti, sentimentale e affiatato senza essere amoroso né tantomeno sessuale. 

I due giovani attori principali Gavrilo Jović (che debutta proprio con Petty Thieves regalandoci un personaggio lunare dal piglio quasi meditativo, ben lontano dall’usuale stereotipo della furia balcanica) e Tea Ljubešić danno il meglio di sé, dando voce a dei nati nel XXI secolo che, nella precarietà e nel cinismo imperanti a ogni latitudine del mondo di oggi, reclamano un proprio spazio e un proprio margine d’azione.