Skianto

Solo tre recite al Teatro Toniolo di Mestre per Skianto, monologo di Filippo Timi che cinque anni fa inaugurò la stagione del Teatro di Mirano. Skianto è uno spettacolo semplice nell’allestimento, ma molto profondo. Timi si ispira alla storia di una sua cugina disabile e vi inserisce dettagli autobiografici che già erano apparsi in Tutt’al più muoio, esordio letterario scritto a quattro mani con Edoardo Albinati. La realtà è vista quindi con gli occhi innocenti del bimbo Filippo che non può né parlare né esprimere i più benevoli sentimenti se non in maniera impacciata. La sua “scatola cranica sigillata” gli rende tutto impossible. Cresce tra le quattro mura della cameretta nell’isolamento totale al ritmo di Edith Piaf, fino alla maturità, trattato dagli adulti sempre come un infante. L’ingenuità lascerà invece il posto alla rabbia di una normalità irraggiungibile. Gli rimane l’unica certezza di ritrovarsi con i suoi genitori là dove saremo tutti uguali.

In Skianto momenti spensierati si alternano ad altri più seri in maniera davvero equilibrata. Il concepimento diventa quasi una cosmogonia sulle note del preludio del Tristan, mentre Timi volteggia in aria come in assenza di gravità. Si ride per le avventure erotiche del nonno, più amaramente per la visita notturna all’ospedale che diventa un viaggio al Carnevale di Rio, di gusto per la formidabile imitazione della Lollo nelle vesti della Fata turchina. Si riflette sull’incapacità dei genitori di accettare la diversità, sul suo disagio nel sentirsi imprigionato dentro un corpo incontrollabile, ma bisognoso comunque di affetto e d’amore.

Alte pareti delimitano una palestrina minuscola – luogo del paradosso per un diversamente abile. Il cielo in una stanza, illuminato come una favola dalle luci di Gigi Saccomandi, e solo quattro finestrelle rettangolari che comunicano con il mondo esterno. Due palle stroboscopiche diffondono luccichii che rimandano a quel mondo di sogno, accettato da bambino ma ripudiato da uomo, in cui il protagonista si rifugia.

È il bagaglio di una vita a offrire gli spunti per i testi di Timi. Si percepisce, nella sua opera letteraria e teatrale, l’espiazione di un difficile passato che richiede tempo per essere metabolizzato. Vi inserisce i riferimenti culturali della formazione, veri e propri feticci di un’epoca ormai passata: Candy Candy, Heater Parisi e Fantastico, i Mini Pony, Britney Spears, il pattinaggio artistico… Timi è attore preparato e assai versatile, sebbene l’indubbia vena comica rimanga pervasa da sfumature malinconiche e tocchi le corde più intime dello spettatore. Difficile non immedesimarsi nella povera creatura senza commuoversi per l’intensità con cui Timi affronta il monologo. Il forte legame che lo lega al dialetto della terra natale, l’Umbria, conferisce al recitato una sorta di sapore antico, di novellare quasi medievale, soprattutto nei ricordi d’infanzia.

Salvatore Langella inframezza questa favola pop con alcune celebri canzoni come Life on Mars, I Wanna Dance with Somebody o Baby One More Time tradotte in napoletano, rivelando una voce interessante e grandi doti di musicista.

Il pubblico gradisce e al termine si fa travolgere dall’irresistibile Don’t stop me now riscritta da Langella e Timi.

Ultima replica giovedì 12 dicembre ore 19.30.

Luca Benvenuti

Credits Noemi Ardesi