A distanza di sette anni da Cargo – suo secondo lungometraggio di fiction, in Concorso alla 69esima edizione – Carlo Sironi torna a Venezia con Sole, un’atipica e a priva vista apatica parabola sulla paternità la cui economia espressiva si traduce spesso e volentieri in una ridondanza fine a se stessa. In Orizzonti.

La routine di piccoli furti ed espedienti di Ermanno – l’esordiente Claudio Segaluscio – è interrotta dall’allettante proposta dello zio, il quale ha convinto una ragazza di nome Lena – la polacca Sandra Drzymalska – a vendergli il bambino che porta in grembo: se baderà a lei fino al parto, ci sono quattromila euro che lo aspettano. Il lavoro sembra facile, ma nessuno dei due giovani ha messo in conto i propri sentimenti.

sole sironi

Nei primi minuti di Sole è racchiusa una serie di scelte programmatiche cui il regista si attiene coerentemente per l’intera durata e che rientrano nell’ottica di una strategia di riappropriazione del reale niente affatto inedita nel cinema contemporaneo: riduzione prossima allo zero dei movimenti di macchina, fotografia chiaroscurale, protagonisti laconici dalle battute monosillabiche o quasi, servono tutti lo scopo di impedire allo spettatore di prendere posto e sospendere il proprio giudizio durante la proiezione. Lo stesso fatto di optare per un formato ostico come il 4:3 sta a significare il rifiuto a priori di un modo di visione accomodante per cui risulta vera l’equazione finzione-evasione, chiamando il fruitore a testimoniare il silenzio dei singoli e delle istituzioni dinanzi a quello che i buoni borghesi non esiterebbero a definire un crimine “disumano”.

Il lavorio emotivo di Ermanno e Lena – interpretati rispettivamente da un non professionista e un’attrice di carriera, che raggiungono sullo schermo una insperata sintonia – è tutto interiore e non deflagra che per pochi istanti, per poi cedere nuovamente il passo al vuoto esistenziale e valoriale che impone a chi guarda di tornare a decifrare i sottintesi.

Per quanto pregiata possa essere però, l’operazione di Sironi non riesce a rendere Sole veramente degno di nota: la mancanza di qualsiasi tensione drammatica o prefigurazione lo rende anodino dall’inizio alla fine, senza che l’autore riesca a dare un vero e proprio taglio alla sua creatura – una lacuna che a Locarno70 avevamo riscontrato anche in Milla di Massadian, per esempio. Eppure nel panorama nostrano non mancano autori – di ieri e di oggi – che con una buona dose di drammaturgia sono riusciti a raccontare situazioni limite verso cui il cinema si è spesso dimostrato restio proprio per la loro scarsa rappresentabilità.

sole sironi

La fascinazione per l’hinterland romano qui è appena accennata, ma ci riporta inevitabilmente alle epopee di tossici e delinquenti di Caligari, senza contare che l’inquietante realtà della compravendita dei neonati è stata di recente riattualizzata dal raffinato gusto partenopeo di De Angelis ne Il vizio della speranza (2018). Paradossalmente, persino una modesta commedia come Piuma (2016) di Johnson – la cui presentazione in Concorso a Venezia73 scandalizzò gli alfieri del cinema impegnato – aveva quantomeno il merito di dare corpo e colore a una vicenda umana – la gravidanza adolescenziale – affrontata ancora con un certo spirito filisteo nel discorso pubblico.

Peccato perché l’uso consapevole del mezzo Sironi già lo può vantare, ma non sembra in grado di coniugarlo ai propri intenti in una forma artisticamente accattivante. Come tanti titoli passati negli anni per Orizzonti, anche Sole lascia il tempo che trova.