Splendido Hamletmaschine di Heiner Müller alla Biennale Teatro 2019

Dopo aver iniziato rivolgendo la propria attenzione alla regia europea al femminile e al rapporto attore/performer, il terzo anno della sua direzione artistica della Biennale Teatro Antonio Latella l’ha giustamente dedicato a indagare intorno al concetto di drammaturgia, un termine che soprattutto negli ultimi trent’anni ha assunto molteplici declinazioni e si è allontanato dall’etimologia – quanto meno italiana – che lo vede legato indissolubilmente alla letteratura per la scena.

In questo senso meritatissimo è il Leone d’oro attribuito a Jens Hillje, vero e proprio deus ex machina del teatro tedesco e attuale condirettore di uno dei più importanti centri teatrali di Berlino, il Gorki Theater. Proprio da lì proviene uno spettacolo straordinario come Hamletmaschine di Heiner Müller, un autore ormai ‘classico’ della nostra travagliata contemporaneità. La riscrittura-tradimento dell’originale shakespeariano, dopo il tributo altissimo dedicatole da Robert Wilson una trentina di anni fa, ha trovato una nuova, indovinata chiave di lettura proprio grazie al Gorki Theater, o per meglio dire alla compagine che a quell’istituzione appartiene, l’Exile Ensemble, formata appunto da attori esuli che vengono da zone del mondo come Siria, Palestina e Afghanistan.

La scrittura di Müller, al pari di altri grandi autori dei nostri giorni, è impervia e per scelta ‘frammentaria’, e porta chi vi si cimenta a imbracciare una non semplice sfida. Sebastian Nübling, nel suo accurato lavoro di regia, la vince offrendo, tramite le tante voci dei suoi attori-clown, uno scenario inquietante dove i fondamenti dell’(opulento) Occidente si scontrano con storie ‘altre’, drammatiche nel loro nudo denunciare, che formano i lunghi ‘Commenti’ al testo, il quale viene ‘detto’ o ‘mangiato’ dagli interpreti e simultaneamente proposto come una citazione che scorre nelle proiezioni multilingui. Così è immediatamente possibile entrare nell’impervio puzzle verbale mülleriano e allo stesso tempo metterlo a confronto con le convulse azioni che si svolgono in scena. Quando è l’autore a parlare, questo è prontamente indicato apponendo prima del testo il suo nome, come ad esempio accade mentre inizia il primo dei cinque quadri della pièce:

 

HEINER MÜLLER:

THE HAMLETMACHINE

1

ALBUM DI FAMIGLIA

Io ero Amleto. Me ne stavo sulla costa

e parlavo con le onde

BLABLA,

con alle spalle

le rovine d’Europa.

Le campane suonavano

i funerali di Stato,

Assassino e Vedova che bella coppia!

Dietro la cassa dell’illustre cadavere,

a passo dell’oca i consiglieri,

piangevano un lutto mal pagato.

 

Assecondando l’accumulo sezionante e brutale del grande drammaturgo tedesco, il regista e i suoi attori, senza mai cadere nella mera narrazione, danno spazio al proprio pensiero in modo scanzonato e terribile, come dimostrano vari brani in lingue lontane e talvolta senza traduzione, pronunciati da donne che sembrano alle volte private del loro stesso dire.

Uno spettacolo splendido, duro da digerire, brechtianamente cangiante e poetico, che restituisce giocosamente il succo della tragedia da cui nasce. Giusto per gradire, questo è un brano tratto da uno dei Commenti, che assume valore emblematico nella dialettica che instaura con l’originale:

 

Stiamo seppellendo

il presente,

sperando di trovare

un rimpiazzo

per quello che

è stato perso,

per quello che

quelli prima di noi

hanno perso.

 

Mancare:

un verbo che scava

nell’anima.

La terra è l’anima.

Damasco, la piccola tomba,

è ancora una parte

del mondo di oggi.

Una piccola tomba

che sta diventando sempre più grande

ogni minuto che passa

e si chiama

Medio Oriente.

 

L’apoteosi ‘contemporanea’ – e allo stesso tempo dai contorni senza tempo – giunge al momento di una sorta di prontuario per il suicidio, nei diversi modi in cui è possibile praticarlo e definirlo gestualmente, che i bravissimi attori mimano in un continuo cambiare angolazione rispetto al pubblico, un pugno nello stomaco che riprende forza e violenza a ogni mutamento di posizione dell’ensemble. Ed è in questo magmatico contesto che prende forza uno dei punti più violenti e rappresentativi dell’originale, il monologo di Ofelia:

 

HEINER MÜLLER:

THE HAMLETMACHINE

2

L‘EUROPA DELLE DONNE

Io sono Ofelia.

Quella che il fiume

non ha trattenuto.

La donna con

la corda al collo

La donna con

le vene tagliate

La donna con

L’overdose

SULLE LABBRA NEVE.

La donna con

la testa nel

forno a gas.

 

Ma il flusso di parole ‘concentrate’ nelle nove paginette di Müller si confrontano con la fanciullezza un po’ perversa dei clown in scena, come nel momento divertito e raggelante in cui un’attrice gioca con il suo fallo-palloncino alla maniera dei bambini. Una performance davvero perfetta e difficilmente riassumibile in poche righe, che stigmatizza il potere e i suoi soprusi, guardando soprattutto all’Europa di oggi.

Heiner Müller è comunque il nume tutelare della rassegna lagunare, nella quale è inserito anche Mauser, testo complesso composto nel 1970 come ultimo anello di una trilogia sperimentale che comprende Filottete e L’Orazio. Nella sua Nota, l’autore dà precise indicazioni sulla sua messinscena: “Una rappresentazione sarà possibile a patto che la reazione del pubblico possa essere controllata mediante l’asincronicità tra testo e spettacolo, e la non identificazione tra chi parla e chi guarda”. In questo scenario ‘brechtiano’ si inserisce la lettura registica del croato Oliver Frljić, che posiziona dietro il palcoscenico un enorme ritratto di Müller, quasi a segnalare l’onnipotenza del suo sguardo da un lato e la necessità di misurarsi con i classici della contemporaneità dall’altro (verso la fine un busto di ghiaccio con le sembianze dello scrittore viene fatto a pezzi, e un attore che presumibilmente incarna i panni del regista rinfresca il suo whisky con quel ghiaccio). Questa pièce incentrata sulla Rivoluzione (che nel testo originale ha sempre l’iniziale maiuscola) e sulle sue spietate contraddizioni dà vita a uno spettacolo assai efficace e chocante (a parte forse qualche lungaggine in chiusura) che mescola corpi mutilati o brutalmente esibiti e riferimenti autobiografici da parte di Frljić, che a un certo punto intervalla i versi con una serie di irriverenti/profetiche frasi di Müller sulla guerra e sulla scrittura.