Stefano Massini e Ottavia Piccolo raccontano Matteotti

Matteotti. Anatomia di un fascismo di Stefano Massini, protagonista Ottavia Piccolo.

«Il fascismo ha assoluto bisogno di sentirsi in pericolo, e di attaccare per non essere attaccato»: questa frase emblematica potrebbe riassumere il senso di Matteotti. Anatomia di un fascismo, il testo di Stefano Massini con Ottavia Piccolo protagonista, uno spettacolo da tempo in tournée per l’Italia che riprenderà le rappresentazioni in autunno.

La scrittura di Massini, come è noto, è scarna e va dritta all’osso: in questo caso ci viene raccontato l’omicidio del deputato socialista a cent’anni dal delitto, avvenuto il 24 giugno 2024 per mano fascista. Le parole dello scrittore fiorentino si riempiono di immagini, e rendono in qualche modo lo spettatore testimone dei fatti. Come quando vengono rievocati due contadini che assistono a una colluttazione in automobile e al lancio di un tesserino da parlamentare dal finestrino. Oppure quando, a distanza di pochi giorni, è descritta una donna vestita di scuro, che sembra malata, aggirarsi smarrita per Roma: capiremo che si tratta di Velia, la moglie di Matteotti, prima di andare a colloquio con Benito Mussolini. Anche quell’incontro è narrato nei minimi particolari, soffermandosi nelle espressioni facciali del duce, che, mentendo, si dichiara pronto a fare qualsiasi cosa per ritrovare il marito scomparso.

Un’altra caratteristica del teatro di Massini è la ripetizione espressiva di alcune frasi, che si insinuano nella mente di chi guarda come veri e propri leitmotiv, e arrivano puntualmente a cadenzare i vari snodi del racconto drammatico. Un esempio è la descrizione del Polesine, che fa più volte capolino nello spettacolo: «Tutto cominciò là, dove il grande fiume smette di essere un grande fiume, e si trasforma in qualcosa che non sai cos’è, una laguna, una palude, uno stagno oppure dieci, venti, trenta lagune, stagni tutti legati fra loro che non sai più dove finisce uno e dove comincia l’altro».

Ma la storia non ha un percorso narrativo lineare: si torna indietro nel tempo di circa cinque anni, a quando Matteotti entra per la prima volta in Parlamento. E si delinea il carattere focoso e appassionato di questo grande e sfortunato politico italiano: il suo soprannome è non casualmente «Tempesta», a significare la veemenza con cui – da socialista – difendeva i diritti dei braccianti e combatteva i soprusi dei latifondisti, i «padroni». Dall’altra parte stava il «contessino», cioè il celebre e famigerato Italo Balbo, che aveva la stessa impetuosità ma stava dalla parte opposta della barricata. Perché uno dei meriti dello spettacolo è, oltre a ricordare uno dei misfatti più efferati del regime, chiarificare anche le parti in campo: da un lato i socialisti (e anche i comunisti, dopo il Congresso di Livorno del 1921), che difendevano le masse, dall’altro i fascisti, visti di buonissimo occhi da borghesi, nobiltà e proprietari terrieri. Il tutto culmina nel discorso che Matteotti pronuncia alla Camera il 30 maggio 1924, chiedendo al Parlamento di invalidare elezioni vinte dai fascisti con l’intimidazione e la violenza. Da lì in poi lui stesso sa che gli resta poco da vivere, come confida ai compagni di partito.

La conclusione vede due bambini che contano un mazzo di carte ritrovate per strada; a loro viene rivolto un consiglio paternalistico anch’esso tipico delle dittature: «Andate a giocare, che va tutto bene». Il regime, che è il vero artefice del disordine e della sovversione, come sempre accade, si presenta come il tranquillizzante tutore dell’ordine e della concordia.

La regia di Sandra Mangini è sobria e semplice, eppure assai efficace, soprattutto nella scansione dei movimenti. La scena, quasi vuota, contiene poligoni geometrici, potrebbero essere delle pedane, che vengono mossi in scena dagli interpreti, spostati a vista per accogliere le varie postazioni in cui si pongono. Vengono utilizzati per sedersi, per issarsi in piedi, altre volte servono a delimitare un percorso, a sottolineare gli ictus in cui si snoda lo spettacolo. Dietro il sipario, che si apre e si chiude, sono proiettati immagini e video (di Raffaella Rivi) evocativi dei diversi paesaggi che vengono richiamati in scena, accrescendo esponenzialmente la tensione drammatica. Tutto lo spettacolo è poi cadenzato da parole-chiave, anch’esse proiettate sullo sfondo a creare un piccolo racconto nel racconto. Diacronicamente sono: «Gente», «Interesse», «Notizie», «Supremazia», «Umanità», «Il capo», «Imbroglio», «Presenza», «La parola», «Violenza».

Un’importanza fondamentale ha poi la musica: i Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo eseguono struggenti melodie composte per l’occasione da Enrico Fink. Ma la presenza dei musicisti non si limita ad accompagnare le parole: la loro fisicità, il loro muoversi nello spazio scenico sono un ingrediente cruciale della rappresentazione.

Ma è la bravura di Ottavia Piccolo a imprimere un corso perfetto allo spettacolo. La grande attrice, che ha un consolidato e profondo rapporto con la scrittura ‘civile’ di Massini, restituisce il testo con una maestria quasi d’altri tempi. Senza alcuna ridondanza precipita il pubblico in una delle pagine più buie del nostro Novecento, con una compostezza e una consapevolezza raramente rintracciabili a teatro oggi. Le parole fluiscono e arrivano – tutte – a ferire le coscienze, ad alimentare (o meglio riaccendere) la memoria affievolita degli spettatori. Grazie a lei tutto assume la gravità che il contesto richiede, senza mai lasciarsi prendere la mano ma conducendo invece chi guarda dentro la tragica realtà narrata.

Matteotti. Anatomia di un fascismo è uno spettacolo forte, diretto, che dovrebbe stare in scena ancora per lungo tempo, e dovrebbe essere visto soprattutto dai tanti che, per ragioni anagrafiche, dell’orrore fascista non possono avere alcun ricordo.