“Stoner” di John E. Williams

Pubblicato con scarso successo (soltanto duemila copie vendute) per la prima volta nel 1965, Stoner è stato ristampato nel 2003, tramutandosi in un’autentica rivelazione letteraria e guadagnandosi un posto d’onore tra i più grandi romanzi americani del XX secolo.

William Stoner è figlio unico di agricoltori e vive con la sua famiglia in una piccola fattoria, vicino a Booneville, finché non deciderà di votarsi all’insegnamento presso l’Università del Missouri, la stessa dove conseguirà una laurea in Lettere ed otterrà un incarico nel dipartimento d’Inglese.

L’intera storia si sviluppa durante l’arco temporale a cavallo delle due guerre mondiali, per concludersi nel 1956, anno della morte del protagonista stesso, come anticipato fin dalle prime righe del romanzo. Espediente narrativo e paradosso stilistico, quello di anticipare l’epilogo fin dalle prime battute, che fa subito sovvenire un capolavoro del cinema noir come Viale del tramonto (Sunset Blvd., 1950) di Billy Wilder.

Stoner è una sorta di Don Chisciotte del Midwest, che vaga fuori dal tempo, senza il suo prode Sancho Panza, e che lo vede scorrergli dinanzi come un grande diorama deformato, come un’antica malattia.

È proprio nell’ambiente universitario, rifugio dei diseredati votati al fallimento nel “mondo reale”, ch’egli inizia a credere in qualcosa da trovare – anche grazie all’apporto d’un professore straordinario, Archer Sloane, la cui figura permane sempre lì ad attenderlo sulla soglia della coscienza – e risorge dal torpore mortale che l’aveva intrappolato in quella realtà rurale dalla quale proveniva e dall’amarezza limpida e corrosiva della gioventù.

Quando incontra per la prima volta sua moglie, Edith Elaine Bostwick, in una fredda sera di dicembre, ad un ricevimento in onore dei veterani della facoltà, riconosce in ella quel sentirsi entrambi distanti dagli affanni dell’umanità: se ne innamora, ma realizza nell’arco d’un mese che il suo matrimonio è un fallimento. Ciò lo costringe ad imparare il silenzio e ad anestetizzare il suo sentimento. Anche quando nasce sua figlia Grace, nel 1923, la situazione non migliora e ciò lo induce a percepirsi come un vegetale, vuoto ed inebetito, nonché a porsi una domanda con intensità crescente: la sua vita è davvero degna d’esser vissuta?

Fatta eccezione per il breve passaggio casalingo introduttivo, nel quale il protagonista viene chiamato col nome di battesimo (William), successivamente la sua esistenza pare assuma una connotazione fredda ed inesorabile, impassibile come quella della pietra (in assonanza col cognome stesso): una spersonalizzazione prominente, resa nuovamente familiare soltanto dalla moglie, Edith (che lo chiama infantilmente Willy) e dall’amico di sempre, Gordon Finch (che lo chiama Bill), come pure quando s’imbatte nell’unico vero amore della sua vita: una giovane insegnante, Katherine Driscoll, anch’essa sempre presentata con nome e cognome, finché i due non si confesseranno il reciproco trasporto.

Stoner proseguirà la sua carriera, tra alti e bassi, in uno stato d’irrealtà: osteggiato da una temibile nemesi (oltre all’ostilità imperitura della consorte), Hollis N. Lomax, esperto del diciannovesimo secolo e sostituto del suo stimato professor Sloane, ed attanagliato dal pensiero che quel suo incespicare sia frutto dell’eccesso di consapevolezza – “un’autentica, assoluta malattia”, dostoevskianamente parlando – per la quale, alla lunga, tutte le cose risultino futili e svaniscano in un nonnulla immutabile.

Segnato dalla morte dei suoi genitori, dalla prematura caduta in battaglia dell’altro suo storico amico, David Masters, e dalla dipartita del famigerato professore, svuotato della sostanza specifica dell’amore – che aveva sempre donato senza riscontro o con esiti nefasti -, Stoner viene dominato dalle forze esiziali che governano la sua vita, fino a dissociare la coscienza dal proprio corpo e ad abbandonarsi al naturale corso degli eventi.

John E. Williams
Stoner
Fazi Editore, 2016
pp. 332, € 15,00