Il trentaquattrenne regista israeliano Nadav Lapid ha vinto l’Orso d’Oro al festival di Berlino 2019 con questo film autobiografico che ha luogo a Parigi nei giorni nostri. Il testo è stato scritto dallo stesso Lapid in collaborazione con entrambi i suoi genitori, Haïm e Eva Lapid, noti intellettuali e scrittori israeliani.

«Circa 20 anni fa – racconta Nadav Lapid nell’esporre la genesi del film – dopo tre anni e mezzo di servizio militare in Israele, come Giovanna D’Arco ho sentito una voce che mi ha detto che dovevo partire e non più tornare. Volevo diventare francese e quando fossi morto essere seppellito al Père-Lachaise. Non ho più parlato israeliano ma giravo con un dizionario dei sinonimi francesi in tasca. Nel film però – prosegue Lapid – non ho voluto raccontare la mia storia di quel periodo, bensì quello che succede a un certo momento nella vita di una persona. In particolare in relazione ai rapporti tra gli Europei e gli “altri”».

Il protagonista del film, Yoav (Tom Mercier), è a Parigi solo, nudo e al freddo, addormentato in una vasca da bagno. Come Mosè salvato dalle acque, è trovato da una coppia di vicini giovani, bizzarri e ricchi sfondati, Emile (Quentin Dolmaire) e Caroline (Louise Chevillotte). Siccome Yoav, appena giunto in città, era stato subito derubato assolutamente di tutto, tranne che del suo piercing al labbro inferiore, costoro gli danno l’opportunità di una “rinascita” fornendogli cibo, una casa, denaro e abiti, incluso un cappotto color senape come quello di Marlon Brando in ultimo Tango a Parigi. Lui ricambia regalando a Emile, scrittore senza ispirazione, le sue storie di vita e combattimenti.

La permanenza di Yoav costellata di eventi bizzarri, come il matrimonio con la magnetica Caroline, o una prestazione per denaro davanti alla telecamera di un voyeurista.
Lui si rifiuta di parlare israeliano e parla solo francese, non vuole più saperne della sua famiglia e del suo Paese e racconta di averlo lasciato perché ci si sentiva schiacciato dal militarismo e dal nazionalismo esasperati, oltre al fatto che aveva subite percosse dalla polizia per la sua indisciplina. Yoav ricorda suo nonno, che fuggito dall’Europa durante il nazismo, una volta giunto in Israele non aveva mai più parlato yiddish.

Egli snocciola una ventina di sinonimi per descrivere il suo odio nei confronti di Israele ma quando Emile gli chiede che cosa conosca della Francia, lui risponde Céline Dion. Troppo poco. E infatti, al corso per il test dell’integrazione, Yoav apprende che integrazione significa facilmente arroganza e sopraffazione e scopre con disgusto che nella Marsigliese, l’inno nazionale francese che è obbligatorio imparare, vi è altrettanto se non di più dello stesso bellicismo e nazionalismo dal quale lui era voluto fuggire: “…Marchons! Marchons! Qu’un sang impur Abreuve nos sillons…!”.

Questa è la trama, ma non si debba pensare che fili dritta così: il film procede con scene spezzate, dove non ci sono reali conversazioni né dialoghi, bensì suggestioni, ogni frase pare recitata in un teatro, in un francese letterario, come su ispirazione di un romanzo cavalleresco o da un dramma di Victor Hugo e sottolineata da immagini prese dal basso, o molto ravvicinate, o con inquadrature sbieche.

Ma non è nel film, bensì nei fatti, che le tesi del film sono e contraddette: la pellicola è infatti una produzione franco israeliana e il regista, che studiò all’Université de Vincennes, in Francia è stato insignito dell’Ordine di Cavaliere delle Arti e delle Lettere.
Synonymes è dunque la prova che smentisce la sua stessa esistenza, perché non solo l’integrazione esiste ed è ben produttiva, ma in Europa e in Israele esiste anche ed è ben salda la libertà di movimento, di espressione e di critica.