Todd Field è mancato dalle scene per tre lustri, e ora ritorna, impaziente di ricordare al mondo di essere anche un regista e non solo un attore, con ben due progetti concomitanti: il prossimo anno uscirà la serie Il diavolo della città bianca per Hulu e a breve, dopo la prima veneziana, anche i cinema vedranno TÁR, opera assolutamente non biografica, nonostante le apparenze, che ricostruisce l’ipotetica maturità artistica di una direttrice d’orchestra, in procinto di completare finalmente un ciclo sinfonico e incidere la Quinta di Mahler per la grande distribuzione con i Berliner Philharmoniker, una vita sociale fragile e una psiche piuttosto borderline.

TÁR è un biopic che non è un biopic. Il personaggio di Lydia Tár è immaginario così come lo sono tutte le vicissitudini, professionali e private, che si intrecciano nella narrazione, tuttavia è abbastanza evidente che le scelte dell’ambientazione tedesca e di un personaggio femminile così disegnato sono ispirate a Eva Brunelli, prima donna in assoluto a dirigere la filarmonica di Berlino; al contempo il centro della struttura narrativa è ovviamente la protagonista, perno attorno a cui ruota ossessivamente ogni vicenda e fulcro costante di ogni impostazione scenica secondo la più basilare grammatica del biopic. Il linguaggio di Field cozza con le sue premesse, insiste sulla verisimiglianza del suo personaggio per delineare un ritratto psicologico dotato di forma definita e potenza espressiva – cosa che gli riesce senz’altro – al punto da dimenticare piuttosto presto il contesto (comunque particolare) e in generale qualsiasi elemento esuli dalla soggettività centrale, facendo della sua vita il territorio esplorabile da un film psicologico nei modi ma non nella scrittura, che invece sembra tendere verso la rappresentazione di una critica alla mentalità dell’ambiente delle orchestre sinfoniche, stressante per via dell’aspra competitività che permea ogni relazione umana sul palco e fuori, in particolare per le donne.

Field in tutta la (sovrabbondante) durata della sua terza fatica non viene mai a capo di questa ambiguità, finendo così per attorcigliarsi attorno alle maglie di un thriller sfilacciato più che pungente, strutturato come se fosse la biografia psicologistico di una mente tanto irrequieta quanto geniale. E se da questo lato sull’interpretazione di Cate Blanchett non si può dire nulla se non generici complimenti (ma non scopriamo certo oggi un talento solista come il suo), dal lato autoriale le mancanze sono evidenti: Lydia Tár ha una caratterizzazione densa di particolari e una biografia coerente da eteronimo ma non fa altro che risultare scialba e grezza, dialoghi e pensieri sono semplicistici e soprattutto non hanno nulla a che fare con la musica.

Il film segue appuntamenti, lungaggini burocratiche, pranzi di cortesia, interviste e magagne varie che danno certamente idea dell’assillo a cui è sottoposto chi ricopre un ruolo del genere ma aggiungono veramente poco sulla morfologia e costruzione semantica tanto del personaggio principale quanto dell’ecosistema in cui si muove; è una maestra, non una PR che passa il tempo su linkedin. Il disinteresse di Field per la componente strettamente musicale è così evidente da trasudare incuria: le indicazioni agli orchestrali sono sempre in tedesco (non per congruenza diegetica: il film è in inglese anche nelle parti in cui questa lingua stona), e per le musiche è stata fatta una scelta dall’incalcolabile coefficiente di ruffianeria come Hildur Guðnadóttir (Oscar per la colonna sonora di Joker) – per non parlare delle immancabili braccia mulinanti come da stereotipo macchiettistico del direttore d’orchestra che non può fare il suo mestiere senza sembrare uno che ha bisogno di un esorcismo.

E lo stesso discorso vale per le numerose ecfrasi inserite nei lunghi quadri che costituiscono la pellicola: spesso non c’entrano nulla e hanno il didascalico scopo di urlare “ma non vedi com’è attuale tutto questo?!” in faccia alla spettatore – vedasi scena alla Juilliard. La pochezza della scrittura si riflette sugli altri personaggi; poiché Field cerca con insistenza di raccontarci una Lydia molto brillante e oltre la mediocrità di coloro che la circondano facendo uso di espedienti dozzinali (abuso di locuzioni in altre lingue, citazioni, lessico fuori registro), per renderla tale deve forzatamente fare di tutti gli altri dei tontoloni grotteschi a cui contrapporla.

In un film dove il tempo è un tormento che una volta sbagliato non ritorna più e segna la differenza fra la vita e la morte, TÁR di tempo non ne ha: ha invece una seconda parte annacquata, nessuna variazione di ritmo (in accordo con l’apparenza e non con l’animo della sua protagonista) e trascura la possibilità di aggiustare le tempistiche di montaggio al sonoro, adagiandosi su formule che non gli appartengono più per mancanza di alternative valide che per delibera espressiva consapevole. È solo l’ennesimo di una lunga sfilza di film che si reggono unicamente sulle doti di Cate Blanchett (prendendo il titolo dall’interpretazione), ma anche molto più povero dei vari Elizabeth, Carol o Blue Jasmine.