Macchie d’inchiostro, nero o colorato, ricoprono la pelle delle persone ritratte, molto spesso personaggi sconosciuti che attirano la nostra attenzione perché sono portatori viventi di un’opera d’arte: il tatuaggio. Il Museo del NovecentoM9 di Mestre ha inaugurato due mostre: “Tattoo. Storie sulla pelle” a cura di Alessandra Castellani e Luca Beatrice e “Tattoo Off” a cura di Massimiliano “Maxx” Testa in collaborazione con la Venice International Tattoo Convention.

Durante la conferenza stampa di presentazione, il direttore del Museo – Marco Biscione – ha ribadito la coerenza di questa scelta espositiva per un museo come “M9 che racconta le trasformazioni e i cambiamenti sociali… chi viene a visitare la mostra avrà strumenti di comprensione e interpretazione della contemporaneità”.

Questa “variegata esplorazione del mondo dei tatuaggi”, come ha definito l’esposizione la curatrice Castellani, propone al pubblico diversi documenti che invitano a riflettere sul significato del tatuaggio nel tempo e nello spazio, sulla sua versatilità, ambiguità e infine successo.

Tattoo. Storie sulla pelle” rappresenta un viaggio nella storia di questo linguaggio artistico, la sua nascita, diffusione e percezione nella società. Il tatuaggio è stato rivalutato solo negli ultimi decenni, infatti fino agli anni Novanta era considerato un “marchio” contraddistintivo per i poco di buono: criminali, avventurieri, prostitute… è incredibile scoprire che la storia di questa pratica artistica ha più di 5000 anni. Infatti tra i primi tatuati vi è Ötzi, il celebre uomo preistorico che si è conservato per millenni sotto il ghiaccio e che conserva ancora diversi segni sulla pelle, in prossimità delle articolazioni. Pare dunque che il segno grafico a fior di pelle in questo caso avesse un significato taumaturgico, nel corso del tempo l’uso del tatuaggio è stato declinato in diversi modi: rito di iniziazione, simbolo di sacrificio, di appartenenza, di ribellione fino ad accessorio estetico. Inoltre tatuarsi è una pratica che si può definire internazionale perché ha coinvolto, seppur attraverso diverse tecniche, tutto il mondo: dagli antichi egizi ai celti, dagli abitanti di Samoa ai russi, dai vittoriani ai giapponesi.

La mostra, impostata su un allestimento underground, attraversa diverse epoche e luoghi portando all’interno di M9 -tempio del digitale- anche manufatti come gli intarsi maori che richiamano i motivi di diversi tatuaggi, le illustrazioni giapponesi di Hiroshige e Kuniyoshi che spesso venivano riprodotte sulla schiena di valenti giovani, gli antichi strumenti utilizzati dai maestri tatuatori birmani, perfino pezzi di cute umana conservati nella collezione De Blasio e moltissime fotografie che permettono di osservare i diversi usi e costumi che hanno contribuito a rinnovare questo linguaggio. Curioso il rapporto ambiguo mantenuto nei secoli con la religione cristiana, che spesso rifiuta il tatuaggio (per questioni tuttavia diverse rispetto al confucianesimo) ma poi lo accetta come simbolo di sacrificio, prova ne sono le matrici lignee usate presso il Santuario di Loreto. Dalla parte dei detrattori del tatuaggio compare invece Cesare Lombroso con i disegni, molto precisi, dei corpi di giovani criminali spesso ricoperti di immagini.

È “a metà degli anni Novanta che il tatuaggio da segno dei punk, degli sconfitti, degli emarginati comincia a diventare di moda” – sottolinea la curatrice – “perché in quel momento cambia il rapporto che la società ha con il proprio corpo”. Una rivoluzione estetica che porterà a una diffusione capillare dei tatuaggi nella nostra società, visti ora come ornamento, ma non solo. Il tatuaggio stringe infatti un legame intimo con il suo ospite, ne rivela storie, desideri, identità, ha il potere di rappresentare l’unicità di una persona, ma al tempo stesso la sua appartenenza a un gruppo ed è molto versatile; ad esempio in un ritratto di famiglia i genitori posano orgogliosi accanto ai figli mostrando i tatuaggi, mentre nelle fotografie di Sergei Vasiliev i carcerati delle prigioni russe, tramite le immagini sulla pelle, dichiarano la loro appartenenza a una particolare comunità o clan. La mostra espone tutte queste diverse sfaccettature del tatuaggio rivelando come dietro un essenziale segno grafico possa celarsi una storia complessa.

Tatoo Off” completa questo excursus nel mondo del tatuaggio dimostrando come l’arte contemporanea sia entrata in sintonia con questo linguaggio. La mostra è costituita da un nucleo di fotografie che documentano il lavoro di riconosciuti tatuatori contemporanei: Alex De Pase, Marco Manzo, Moni Marino, Silvano Fiato, Volko Merschky & Simone Pfaff, virtuosi che sviluppano e inventano diversi stili, ad esempio il Trash Polka. “Vogliamo dimostrare al pubblico come un vero tatuaggio possa fornire feedback emozionali quanto un olio su tela” dichiara con toni entusiasti il curatore Massimiliano “Maxx” Testa.

Quando Sydney Parkinson, l’illustratore della spedizione di James Cook, vide il tau-tau (l’onomatopea da cui deriva il nome Tattoo) decise di tatuarsi a sua volta, rivelando quella curiosità e meraviglia dell’animo umano che per fortuna persiste ancora oggi.

 

Tattoo. Storie sulla pelle

Tattoo Off

5 luglio – 17 novembre 2019

M9 – Museo del ‘900

Via G. Pascoli 11, Mestre (Venezia)

https://www.m9museum.it/it/benvenuti-m9