1997, un conglomerato urbano della regione di Mosca. Il ventenne Anton Bykov, detto “Byk” (“Il toro”) è a capo di una banda di giovani che tira a campare tra droga e microcriminalità, finché non si vede assegnato un compito ben piu’ pericoloso da parte di un grosso boss della malavita locale. Nel frattempo scorre l’esistenza, euforica e disperata a un tempo, dei primi anni post-sovietici, tra caotici aneliti di libertà, voglia di fuggire e desiderio di una vita “normale”.

La squallida periferia della capitale dell’ex Impero sovietico, la “vita violenta” di ragazzi arrivati alla maturità in un difficile momento di cesura, gli espedienti piu’ o meno leciti volti alla mera sopravvivenza, la criminalità organizzata come lato oscuro del nuovo capitalismo selvaggio: per chi conosca un minimo il cinema russo degli anni ’90, e in particolare un film di culto come Brat (“Fratello”, 1997) di Aleksej Balabanov, The Bull, debutto da regista di Boris Akopov (diplomatosi alla prestigiosa scuola di cinema VGIK di Mosca dopo una brillante carriera da ballerino classico sui palcoscenici del Teatro Bolshoj e del Teatro del Cremlino) riserva ben poche sorprese. Mettendo insieme il gangster movie con la dovuta concentrazione di risse, retate e boss di stampo mafioso tra il sadico e il sardonico da un lato, e la tragedia personale e collettiva di giovani russi allo sbaraglio in un paese che ha perso la bussola dall’altro, Akopov gioca chiaramente con quelli che erano stati, per l’appunto, gli elementi di forza di un film come Brat e avevano garantito a quest’ultimo e ad altri lavori analoghi un successo strepitoso tanto di critica quanto, soprattutto, di pubblico.

Ma, purtroppo, non c’è molto al di là della rappresentazione a tinte accese del dramma vissuto dal protagonista e dai personaggi che gli ruotano attorno (la madre, il fratello minore, la sorellina, gli amici della banda e delle bande rivali, un’amica parrucchiera ed escort a tempo perso per ricchi stranieri) e di una storia di cronaca raccontata con la giusta dose di romantizzazione del sottobosco criminale di periferia. Peraltro, i due piani narrativi non convincono nel loro sviluppo – le faide tra gruppi criminali sono ben poco chiare e, banalmente, spesso non si capisce “chi è contro chi”, ad esclusione degli efferati ceceni, che ovviamente si vendicano a dovere per i torti subiti in una versione microscopica di quella che era la terribile guerra cecena in corso proprio in quegli anni; d’altro canto, la psicologia del protagonista Anton, che nell’idea del regista pare voler essere un “vero uomo” tutto d’un pezzo nell’adempiere ai suoi compiti criminosi, ma con un gran cuore, dentro e fuor di metafora (“cuore di toro” è in russo, non a caso, il termine gergale per definire la malattia cardiaca di cui lo stesso protagonista soffre) nel proteggere la sua famiglia “acefala” non risulta ben delineata, e rimane prigioniera degli stereotipi del genere.

Secondo alcuni critici, The Bull, che peraltro è stato molto ben accolto in patria aggiudicandosi il Gran premio della giuria al festival russo Kinotavr 2019 ed è stato presentato a Karlovy Vary in prima internazionale, si inscriverebbe in un nuovo filone del cinema russo la cui tendenza è far tornare alla ribalta, in tutta la loro ambigua complessità, quegli anni ’90 definiti “malefici” all’interno di un sintagma russo che ormai suona vuoto e obsoleto. Tuttavia, i film che sono stati affiancati a The Bull, come Crystal Swan di Daria Zhuk o Closeness di Kantemir Balagov, guardavano alla tematica da angolature decisamente piu’ originali (i conflitti tra le comunità chiuse e conservatrici della Russia caucasica in Balagov, le speranze e le delusioni agrodolci della giovane Bielorussia in Zhuk).

The Bull ha però un merito innegabile: la capacità di catapultare gli spettatori nel bel mezzo di un’epoca cruciale per la Russia, grazie a una ricostruzione storica (ormai sono passati piu’ di vent’anni, dunque senz’altro di Storia si può parlare) davvero impeccabile. Una ricostruzione storica ovviamente scevra da nostalgie di sorta ma da cui traspare un certo gusto della rievocazione, che passa per dettagli come le tappezzerie degli appartamenti, le bottiglie di vodka ad accompagnare salame e cetrioli, gli walkman, i capelli variopinti dei raver, i film porno tedeschi d’importazione in videocassetta, le siringhe per l’eroina, lo slang di poliziotti e criminali (senz’altro impermeabile a qualsiasi sottotitolo o doppiaggio in altre lingue) e, soprattutto, il riflesso di tutto ciò nella musica dell’epoca.

La colonna sonora rigorosamente in lingua russa, che spazia dal pop anni ’90 al punk, passando per le struggenti romanze che i malavitosi cantano al karaoke e per la techno dei popolarissimi rave, oltre a farci immergere fino in fondo nell’atmosfera di allora, con i suoi testi – seppure di qualità molto piu’ che dubbia – fornisce un commento estremamente efficace all’azione che accompagna: sono testi che parlano di amore libero, droga, ribellione, autentici tabu’ secondo il moralismo intrinseco alla rigida educazione sovietica, terre incognite ampiamente esplorate dalle nuove generazioni dagli anni della perestrojka in poi, con un’euforia non di rado estrema ed autodistruttiva, complice la totale precarietà tutt’attorno.

Peraltro, se il già citato Brat era stato girato in medias res, e i giovani di allora non potevano che identificarsi nell’attore-mito Sergej Bodrov, The Bull costituisce invece una sorta di “revival” in cui i cinquantenni russi di oggi possono ripercorrere alcune tappe del proprio passato, riconoscendone i tratti distintivi, e i ventenni russi di oggi possono assistere retrospettivamente ai primi passi del paese dove sono nati – non senza rimarcare alcune costanti rimaste invariate (la dicotomia centro-periferia, l’assenza di prospettive della provincia, il mito dell’emigrazione all’estero…).

E che dire della generazione “nel mezzo”? Come altri registi suoi coetanei, Akopov, che oggi ha 34 anni, cerca di riflettere, a distanza, sul periodo che ha segnato la sua infanzia (e va detto che, complice il padre commissario di polizia, il regista era stato testimone quasi diretto di episodi come quello raccontato nel film) e che senz’altro ha provocato traumi a lungo termine anche su chi, all’epoca, era bambino. Come la sorellina del protagonista: proprio sulla sua immagine angosciata che corre a perdifiato per una terra di nessuno si apre, non a caso, The Bull. Per poi chiudersi, altra strizzata d’occhio nient’affatto casuale, sul noto discorso di Capodanno di Boris Eltsin trasmesso in televisione il 31 dicembre 1999, a chiusura molto piu’ che simbolica del decennio e del secolo. A parte le altrettanto simboliche dimissioni e la nomina di un certo Vladimir Putin a presidente ad interim, Eltsin pronunciò allora un imperativo che nell’ottica del film di Akopov non necessita di ulteriori commenti: “siate felici! Vi siete meritati felicità e tranquillità”. Se a distanza di vent’anni la felicità e la tranquillità siano davvero arrivate, per i personaggi del film e per i loro coetanei russi, non ci è dato di saperlo fino in fondo. Rievocare gli anni ’90 al cinema oggi è evidentemente, per i registi nati a ridosso della fine dell’URSS, un modo di rispondere a questa domanda.