“The Dog Stars – Le stelle dopo la fine” di Ridley Scott

A pochi anni di distanza da Napoleon e Il gladiatore II, focalizzati sulla storia e il passato, Ridley Scott torna a volgere lo sguardo al futuro. Se negli anni Ottanta, con Blade Runner, l’avvenire era plasmato da un’estetica cyberpunk tanto pregnante da aver ridefinito l’immaginario collettivo visivo, in quest’ultima opera il 2035 appare come una versione post-apocalittica e sbiadita del presente.
In Alien (1979) la minaccia proveniva dall’esterno, incarnata da un’alterità sconosciuta e dal fascino perturbante. In The Dog Stars, tratto dall’omonimo romanzo di Peter Heller, il male è invece già intrinseco alla civiltà: l’umanità è decimata e i pochi superstiti, accecati dalla diffidenza, sembrano incapaci di qualsiasi forma di cooperazione. Il protagonista Hig — ben interpretato da Jacob Elordi — incarna un’umanità traumatizzata per cui la palingenesi è inconcepibile. Tuttavia, la prova dell’attore si scontra con una scrittura penalizzante: limitato da dialoghi spogli e da un approfondimento ridotto all’osso, il personaggio fatica a conquistare una vera tridimensionalità emotiva, rimanendo spesso confinato alla superficie dello stallo psicologico.
Lo scontro con le varie fazioni ostili — come la tribù ancestrale o la banda di (presumibilmente) naziskin ripresa con un visore termico dalle suggestioni videoludiche — regala sequenze d’azione tese e viscerali. Ciononostante, il film pecca nella struttura narrativa: le origini di questi gruppi restano prive di contestualizzazione, trasformandosi in semplici ostacoli d’azione piuttosto che in reali incarnazioni del conflitto sociale.
Dal punto di vista visivo l’opera mantiene una sua imponenza, sorretta da sequenze di volo ben calibrate che alternano efficacemente la prospettiva del pilota a quella di un drone con soggetto il biplano Cessna. La fotografia a bassissima saturazione spinge lo spettatore verso uno stato d’animo di angosciante attesa.
Funziona maggiormente l’ultima parte della narrazione, dove la doppia citazione a Shining (evocata nel logo del luogo e nella figura del barman) regala al racconto una direzione più solida e un fulcro drammatico definito. Pur con diversi interrogativi lasciati irrisolti e una sceneggiatura che ammorbidisce le sue falle strutturali dietro al ritmo e all’aspetto visivo, The Dog Stars resta un’opera capace di innescare riflessioni non banali sulla capacità di restare umani e su come il cinema racconti tale persistenza.

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