In un grande appartamento londinese si concentrano la creatività e le tendenze autodistruttive di Leo (Luca Marinelli), solitario e talentuoso mago del suono dell’industria musicale. Tra le mura accoglienti e l’atmosfera ricercata però si celano dolori e demoni, grandi vuoti emotivi e insaziabili dipendenze. Quando Leo incontra Ann (Alicia Vikander), dottoressa impegnata nel tentativo di lenire i dolori cronici alla schiena del producer, all’orizzonte sembrano delinearsi nuove, insospettabili serenità. Ma la vita lineare non calza agli animi irrequieti.
Andrea Pallaoro torna in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, dopo Medeas (Orizzonti), Hannah e Monica, per portare sul grande schermo l’ultima sceneggiatura, irrealizzata, di Bernardo Bertolucci. L’inevitabile adattamento del testo – nonostante il regista di origini trentine goda di una monolitica autostima, realizzare pedissequamente il testo del maestro sarebbe stato fin troppo azzardato – conduce lo spettatore nel territorio spazio-temporale dove assenza e dipendenza sono facce della stessa medaglia.

Più solido ed equilibrato delle opere precedenti del regista, The Echo Chamber riesce con grazia a sovrapporre passato e presente, rendendo fluido il racconto alternato tra flashback (l’incontro e la storia d’amore tra Leo e Ann) e la linea temporale principale in cui il protagonista elabora le conseguenze di un’overdose, lontano dagli antidolorifici e da una relazione intima potenzialmente distruttiva. Mentre la macchina da presa, claustrofobicamente, non si allontana mai dall’appartamento – salvo offrire uno sguardo reiterato da una finestra, motore narrativo della rischiosa svolta finale – Ann e Leo occupano le rispettive assenze: la dottoressa continua a frequentare la casa quando Leo non c’è; Leo “respira” la memoria della relazione passata.

A rendere credibile l’impianto narrativo concorrono certamente le ottime interpretazioni dei protagonisti, con un Marinelli misurato e naturalmente profondo, una Vikander che risponde con apprezzabile semplicità e compostezza e, con un carico endemico di carisma, Susan Sarandon a sparigliare le carte nel ruolo di una leggenda della musica a lungo lontano dalle scene, rientrata nel giro grazie alla fiducia nel talento di Leo.
Così The Echo Chamber, con la sua raffinatezza formale, sempre sulla soglia del formalismo estetizzante, il formato quadrato dell’inquadratura, le lunghe riflessioni sul fuori campo, riesce nell’intento programmatico di toccare l’impalpabile, manifestare la privazione, descrivere il vuoto, scivolando solo nel finale nell’esplicitare fin troppo didascalicamente il concetto di (inter)dipendenza.










