Venezia 75. Seconda giornata. Archiviate l’apertura di First Man e le connesse passarelle, scendono in campo gli autori degni di questo nome. Del ricco parterre che questa edizione della kermesse lagunare ci offre, Lanthimos è il primo a presentare la sua ultima fatica, anche se, bisogna dire, qualche passerella precederà e seguirà anche il suo film, dato che il regista greco con questo The favourite firma il suo terzo lavoro girato oltreoceano. Non c’è il faccione irlandese di Colin Farrell al centro del film (come fu per le due pellicole precedenti) ma il terzetto protagonista tutto al femminile è composto da Emma Stone, Rachel Weisz e Olivia Colman, in un contesto inoltre tutto nuovo nel cinema di Lanthimos, quello del dramma in costume.

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Vale la pena chiarire sin da subito che è più “in costume” che “dramma”, questo The favourite, che ci cala nel baroccamente dissoluto XVIII secolo, precisamente al suo principiare, quando Inghilterra e Francia si erano intromesse nella guerra di successione spagnola. Affari bellici che, essendo la regina (Colman) di fatto una bambinona incapace di regnare e facile da manipolare, deve amministrare per forza lady Sarah (Weisz). Ella di fatto gode di autorità illimitata, tanta da governare ufficiosamente in prima persona con il supporto degli Whigs mentre si giostra la regnante come un pupazzo; ma Abigail (Stone), una lontana cugina di quest’ultima, entra nella grazie della sovrana approfittando dell’assenza reiterata della parente a causa degli impegni in ambito politico, scatenando conseguentemente una competizione per gli onori del ruolo di confidente.

Per l’appunto, una commedia, così intrinsecamente differente dal surrealismo sui generis codificato da Lanthimos negli ultimi dieci anni, eppure nemmeno troppo distante dalla sua opera precedente. The killing of a sacred deer riprendeva alcuni topoi della tragedia arcaica – rielaborandoli, è chiaro – così come The favourite non si fa scrupoli a palesarsi subito come una commedia nel senso più antico, cioè gretta, contraddittoria e fisica. Esplicitamente fisica, al punto da mettere in correlazione questa corporeità con il romanticismo nella seconda parte del film. Sempre sulla falsariga del grottesco girotondo mortifero di Steve, gli esseri umani di Lanthimos rimangono incapaci di vivere nel mondo, a prescindere dalle epoche. E questo vivere nel mondo per l’ellenico consiste nel rapportarsi con l’ignoto, un anno fa era la morte, oggi l’amore. Tanatos ed eros.

Dalla fissità claustrofobica del Lanthimos a cui siamo stai abituati passiamo a una regia estremamente movimentata, piena di distorsioni (come la folle inversione tra obiettivi grandangolari e lungofocali) o accelerazioni e ralenti, mai opportuni ma sempre enfatizzati, sempre forieri di una volontà d’esagerare, di perturbare l’immagine con l’iperbole più di quanto non sia necessario, di fatto adattando il respiro del montaggio alla messa in scena rococò che la narrazione pretende.

Ma al di là di questo espediente invero nemmeno così originale, la zampata autoriale di Lanthimos consiste nel girare una commedia degli equivoci dove le incomprensioni non sono solamente mere svolte ma il vero oggetto della vicenda. “Stiamo giocando a due giochi differenti” dice Sarah a lady Abigail (i ruoli si sono già invertiti) nel finale del film, presagendo l’epilogo e le sue conseguenze. Il triangolo amoroso tra le protagoniste è sempre definito come “finto” con piena consapevolezza di tutte le parti, ma mentre Sarah gioca una parte, Abigail si comporta come una scheggia impazzita senza voler far parte del gioco.

Un gioco per essere tale ha delle regole, Abigail le infrange – così riesce a prendere alla sprovvista la cugina – creandone di nuove ogni volta che serve, cioè pensa che un giorno ci sarà sì una conclusione che però non è destinata a venire nell’immediato, mentre la sua storia proseguirà anno dopo anno. Questo prendere posto nel mondo sgomitando anche a scapito degli affetti (le due contendenti sono sempre relate) è una sorta di incapacità strutturale di guardare all’altro come a qualcosa di diverso di un altro “io” analogo, in una parola, di fidarsi. Proprio l’incapacità da parte di tutti i personaggi, anche quelli di contorno, di avviare e perseguire un rapporto stabile ed egualitario con chicchessia è il fulcro di The favourite, al di là delle singole scelte del regista (competitività, lotta politica), proprio in questa impossibilità di vedere una corte-mondo che abbia degli eguali, dei pari, e quindi un rapporto umano sincero. Il sentimento come abbandono del calcolo non appartiene all’uomo – o alla donna – per Lanthimos.

Questa specificazione nell’ambito dei sessi non è assolutamente casuale o funzionalistica, ma rappresenta lo convergenza fra Lanthimos e quel cosmo classico che fino a due anni fa gli si appiattiva sopra a sproposito. Lungi dall’essere dei presagi, elucubrazioni del genere trovano un riscontro in questo momento, cioè quando l’autore greco schiaccia l’uomo sul paradigma della morte (o sul campo di battaglia, come in questo caso, tanatos) e la donna su quello della sfera affettiva, anch’essa però costituita ormai da tecnicismi e tattica, evidenziandone la totale sovrapposizione. Infatti Lanthimos non vuole far traspirare del rozzo sessismo (anche se probabilmente ne leggeremo sui giornali americani), ma portare a compimento un lavoro di separazioni e mescolanze iniziato con The lobster, un triangolo – l’ennesimo – di opere che si mostrano invero più legate fra loro in un’ideale trilogia rispetto alla prima parte del suo percorso cinematografico.

Lanthimos mette in scena quindi questo moto basculante, questa vana ricerca di una stabilità che non è di questo mondo usando come metafora una gara continua attraverso una commedia sì, che potrebbe però essere definita in ogni suo aspetto satirica. La corte inglese del ‘700 certo non può essere un bersaglio polemico, la satira lanthimosiana concerne l’individuo nella sua integrità, nella somma dei suoi sistemi e non nelle singole parti che lo compongono (Whigs, Tories, espansionismo territoriale, tutela dell’economia nazionale, propaganda, egemonia, sono tutte facce dello stesso dado). L’unica differenza tangibile riposa fra le due protagoniste, separate dal loro diverso livello di consapevolezza, ovverosia dal loro esser così simili eppure così diverse proprio in virtù della loro opposta specularità: Sarah è colei che ha capito più di tutti, Abigail quella che non ha afferrato nulla, salvo realizzare nel finale che era il gioco a farla vivere. Risolta la conflittualità, perde di senso l’intera vita coma dama, per lei, non essendoci più tensione. Due giochi differenti, ugualmente nichilistici nelle riflessioni che li precedono, ma pur sempre differenti.

Se dunque The favourite non è così difficile da inquadrare, ben fissato sul rapporto che lo lega a una tematizzazione ben definita, sia cinematograficamente che nel suo nucleo concettuale, rimane comunque sorprendente per il suo abbacinante cambio di registro, abbandonando ogni traccia di surrealismo e ambivalenza nel comico per sfociare in una satira totalizzante che dissacra con coscienza di causa l’ampissima gamma emotiva dell’uomo lanthimosiano, e lo fa con la corporeità, cioè con un lavoro sul linguaggio di mirabile fattura in primis, sovrapponendo l’articolazione e la ricerca per il forbito della parlata nobile con un’estrema creatività lessicale per ciò che ha a che fare con la volgarità.

Ma a questo espressionismo verbale e verboso si aggiungono gli schiaffoni, le cadute, la masturbazione, i giochi con il cibo (siano lanci di frutta o gare di anatre), e la rispettiva messa in evidenza, attraverso ralenti protratti allo spasmo, sonorità espanse e l’insistere su ciò che è organico, tattile. Nonostante tutte le sue particolarità, The favourite si fa pure guardare piacevolmente grazie alla divisione in numerosi brevi capitoli e la struttura “a sketch”, senza nominare un montaggio serrato che fa da padrone incontrastato quando necessario, coronando così con la sua apparente leggerezza una pellicola perfettamente centrata, in grado di far ridere e allo stesso tempo di andare a porre sotto uno sguardo critico un aspetto di unica ricchezza speculativa. Magari non sarà straripante come ci si aspetterebbe dopo i già citati The lobster e The killing of a sacred deer, ma certamente un loro degno compare.