The Garden of Earthly Delights (il giardino dei piaceri terreni) è il titolo di un trittico che il Maestro fiammingo Hieronymus Bosch dipinse tra il 1490 and 1510. Vale la pena di rivederlo, giusto così, per farsi un’idea. Il “giardino” è anche il titolo di questo film drammatico che, per certi aspetti, è la versione attualizzata e filmica di quello, più realistica, enormemente più devastante.


Si sa, più o meno, che la situazione di chi vive nelle baraccopoli di Manila sia terribile. Ma vederla è atroce.
La capitale delle Filippine è metropoli allo stesso tempo ultramoderna e primordiale, grattacieli e palafitte, lusso e miseria. Accanto alle tecnologie più moderne, persistono tradizioni che mescolano fede e superstizioni, alcune cruente fino al fanatismo, al limite del crimine, come la crocifissione pasquale, dove uomini vengono veramente inchiodati alla croce.
Non fa stupire che la violenza sia così pervasiva, come mostra questo film che, al di là della trama, documenta le nefandezze che si accrescono parallelamente con il sempre più invadente turismo sessuale che arriva dai Paesi sviluppati dell’Occidente.


“Ho viaggiato molto in Asia – spiega il regista – e specialmente nelle Filippine, dove ho lavorato con Organizzazioni non Governative impegnate in progetti educativi dei bambini di strada di Manila tra 10 e 15 anni. Così è nata l’idea del film”.
Filo conduttore di questo “viaggio” nell’inferno di Manila è un turista olandese. Costui, un ragazzone dalla faccia rosea e innocente e dalla pinguedine precoce, arriva nella capitale convinto di poter trascorre le feste natalizie con una ragazza locale. Con lei ha intrattenuto una relazione, finora solo virtuale, ma che lui ritiene di poter concretizzare. Solo che la ragazza non si trova, forse nemmeno esiste. Anziché trovare lei, l’uomo si addentra, dapprima profondamente sconcertato e imbarazzato poi sempre più assorbito, in quella spirale trascinane di quartieri di malavita dove tutti i corpi sono in vendita, così come tutte le droghe. Corpi giovani e flessuosi, che appartengono a persone dai lineamenti delicati e gentili. Corpi che già fin dall’infanzia conoscono privazione, dolore, droghe, brutalità, sfruttamento, morte.


Eppure tutti hanno una speranza: che quelle loro situazioni vissute all’ultimo respiro siano solo un passaggio. Tutti sognano di mettere da parte abbastanza soldi per andarsene da loro Paese e arrivare come esseri liberi in quella Terra Promessa dalla quale arrivano gli stessi turisti che oggi sono i loro sfruttatori. Loro non sanno che verosimilmente, lo saranno anche in Europa.
Il film è interpretato in maniera realistica fino all’impressionante da protagonisti filippini, ragazzi e adulti, tutti non professionisti tranne le due protagoniste. L’attore olandese Benjamin Moen è altrettanto credibile in questo ruolo “Difficile da recitare – dice – non è certo un personaggio che mia madre avrebbe voluto che recitassi, tuttavia mostra una certa umanità volevo rappresentare un uomo con un cuore e non solo un mostro.”
“ Nessuna vergogna nel trattare questi ruoli – dicono le due protagoniste Francesca Dela Cruz e Bunny Cadag, – questa è la nostra storia, la nostra realtà, i bambini non sono attori, rappresentano loro stessi, la loro vita è come il copione, il film li rappresenta. Questo film è una grande opportunità per dare voce a chi non ce l’ha, per la nostra gente, che merita dignità e aiuto, ”.


Il regista olandese Morgan Knibbe (classe 1989) ha realizzato una pellicola perfetta, sia come messaggio sia come regia, accompagnata da una colonna sonora straordinaria firmata dal filippino Jose Antonio C. Buencamino. Inoltre si è anche avvalso della collaborazione di psicologi che seguissero i piccoli protagonisti per evitare loro traumi più gravi.
La giuria del 43° Torino Film Festival presieduta da Ippolita di Majo (Italia) e composta da Lolita Chammah (Francia), Wannes Destoop (Belgio), Sergei Loznitsa (Ucraina) e Giona Nazzaro (Italia), ha assegnato a questo film la meritatissima vittoria con un premio di 20.000 euro.