Nei villaggi kazaki ci si tiene impegnati come si può, per esempio giocandosi una gallina in un incontro di lotta greco-romana in versione da steppa. Kuandyk è però un ragazzo con virtù e sensibilità nascoste, che vanno ben oltre simili imprese di vita contadina, e infatti potrà mettere alla prova il suo autentico valore nel momento del grande salto: accompagnerà la bellissima e adorata Saltanat nel suo trasferimento nella grande città.

Confesso che fino a pochi mesi fa il nome del kazako Adilchan Erzhanov mi era sfuggito, e sarebbe stato un gran peccato rimanere in questo stato di ignoranza. Dopo aver visto al Festival di Mosca il suo intrigante Night God approfitto anche di un gradito recupero operato a Karlovy Vary (il film era già passato nella sezione “Un certain regard” di Cannes) per mettere sulla mia personale mappa cinematografica un autore talentuoso arrivato già al suo sesto lungometraggio, questo delizioso The Gentle Indifference Of The World. Erzhanov ha alle spalle già diversi lavori di spessore apprezzati in mezza Europa, e giusto per fare un ulteriore esempio del suo interessante ruolino di marcia basterà dire che il suo precedente The Plague at Karatas Village era passato al festival di Rotterdam.

Qui egli combina certo realismo magico dei suoi precedenti lavori con una lirica e ondivaga critica alle condizioni sociali del suo paese, in cui giovani talentuosi e volenterosi sono costretti a combattere con poteri incancreniti rappresentati da vecchi bacucchi, ridicoli boss della mafia locale e parenti ben poco amorevoli. La vicenda di amore tenero e quasi inespresso fra l’intraprendente ma timido Kuandyk e la meravigliosa Saltanat (Dinara Baktybajeva ruba davvero la scena con la sua presenza regale) è infatti una storia di puri sentimenti schiacciati dalla cruda durezza e dal feroce pragmatismo del mondo esterno: a poco valgono gli avventurosi tentativi del ragazzo di salvare la donna dalle impurità che la circondano, senza successo rimangono i suoi slanci cavallereschi per salvaguardarne l’integrità fisica e morale, inutile è persino il suo inevitabile ricorso al crimine e al tradimento degli amici. Le buone intenzioni, la nobiltà d’animo d’altri tempi, l’idealismo incorrotto sono destinati a essere fagocitati e maciullati dalle leggi della giungla della città e dell’economia moderna, che tratta da merce di scambio anche una donna colta ed elegante che vuole solo salvare l’onore della famiglia. Il classico passaggio dalla (quasi) incontaminata campagna alla confusione cittadina si ammanta qui di tratti filosofici extra-temporali, in cui i due eroi senza macchia rappresentano quasi due schegge angeliche senza tempo risucchiate dalle tristi leggi della vita terrestre: come due fantasmi fatti d’altro tessuto, incorruttibile nonostante le ferite e le lordure del mondo, Kuandyk e Saltanat si muovono in un universo che non è il loro, provano ad adottarne le regole, ma finiranno con l’essere respinti in uno spazio-tempo ultraterreno in cui (ci si augura vivamente) potranno finalmente coronare la loro vicenda di purezza e dignità.

I riferimenti colti sono ricchissimi: si va dal Camus che crea un sottotesto esistenzialista e paradossalmente ironico (lo stesso titolo riprende il finale de Lo straniero), ai libri che di nascosto il contadinotto un po’ goffo ruba alla sua amica dalla grazia principesca per conoscerla meglio, si passa per i quadri dell’impressionismo occidentale citati qua e là nei contesti più imprevedibili, ma c’è ancora anche il surrealismo giocoso e surrogato di un viaggio immaginario su un aereo fatto di sedie, la riproposizione picaresca della corsa di Orazi e Curiazi (!) in una fuga quasi da slapstick comedy con cui il protagonista sgomina una banda di piccoli malviventi, o ancora i riferimenti alla pittura paesaggistica orientale con cui Erzhanov crea intermezzi delicati fra la narrazione di un espediente di sopravvivenza e l’altro. Il regista kazako riesce a dare vita propria sia alla natura incontaminata del suo paese, in cui immerge in totali assolati i due eroi destinati alla sconfitta, ma sa anche riempire di leggera drammaticità gli spazi cittadini in cui domina la quotidiana dissoluzione morale di personaggi infimi che hanno dimenticato ogni lascito di virtù e vengono però inondati a sprazzi dai raggi di intensa umanità emanati dai due protagonisti.

È appunto una lotta impari fra due virtuose figure fuori dal mondo e un’idra a cento teste di corruzione e brutture che si snoda in questo The Gentle Indifference. La vittoria finale va al Male, ma è dirompente la serenità sublimata con cui i due, ormai passati a miglior vita, commentano la propria morte dai campi di un rasserenato aldilà rurale: “È stato un piano mal riuscito” – “Sì, però è una splendida giornata”.