“The handmaiden” di Park Chan-Wook

Triangoli e trilogie

The handmaiden, presentato alla 69esima edizione del Festival di Cannes, è il decimo lungometraggio di Park Chan-Wook, ritornato in patria e alla scrittura dopo la parentesi americana di Stoker, la cui sceneggiatura fu di Wenthwoth Miller.

The handmaiden è una trasposizione del romanzo Ladra di Sarah Waters, che vede l’ambientazione vittoriana lasciare posto a quella della Corea degli anni ’30 durante l’occupazione giapponese. In questo contesto, Sook-Hee, giovane ladruncola che nonostante la professione mantiene tuttora una certa innocenza, viene reclutata dal Conte Fujiwara, coreano asceso alla nobiltà giapponese approfittando della situazione politica attuale, per un piano tanto semplice quanto funzionale. Sook-Hee, che Fujiwara raccomanderà all’ereditiera lady Hideko nell’eponima qualità cameriera personale, dovrà convincerla ad accettare la corte di quest’ultimo, il quale dopo le nozze la farà rinchiudere in un manicomio dividendosi il patrimonio con la ladra. Ma mentre il legame tra Sook-Hee e Hideko si fa sempre più forte, appare chiaro che il gioco di inganni e finzione è ben lungi dall’essere semplice.

Sono passati quasi dieci anni da quando Kim Jee-Woon, con il suo capolavoro The good, the bad and the weird sdoganò nel cinema d’autore sudcoreano l’ambientazione storica dell’occupazione giapponese. Da allora le opere che ci riportano indietro alla Corea di 80 anni fa non si contano all’interno del cinema commerciale (persino lo stesso Jee-Woon vi è ritornato con the Miljeong), ma questa è la prima volta che Chan-Wook si discosta dalla contemporaneità; questa scelta, lungi dall’essere solo una traslazione spazio-temporale dell’età vittoriana sul più prossimo equivalente coreano per motivi rappresentativi e linguistici, consente a Chan-Wook la libertà necessaria per condurre il suo discorso. Un discorso the trascende il manierismo di cui troppo spesso sta venendo tacciato per parlarci essenzialmente di controllo, del rapporto uomo-donna, della carne viva e di quella morta e del gusto per il proibito, che offre una possibilità di vendetta al più debole.

Vendetta e proibito sono infatti le cifre del cinema di Chan-Wook, per lo meno sinora. La prima espressa da quella omonima trilogia che lo fece ascendere agli onori della fama internazionale, e il secondo da questi ultimi tre film, che vedono il debole (identificato con una donna sottomessa dalla famiglia sia in Thirst che in Stoker), riversare il suo interesse verso quel proibito, quel perturbante che permetteva loro una via di fuga, ottenendo appunto una vendetta. Dunque quello che Chan-Wook continua a tracciare è un perverso circolo vizioso (o virtuoso?) tra una vendetta che uccide, in questi ultimi 7 anni, un nemico globale come la cultura dominante, e che raggiunge il suo apice proprio con The Handmaiden.

Il proibito è quindi sentimento in questo film, e prende il posto dell’amore come polo complementare dell’erotismo. Il proibito viene legato, costretto in catene, come Hideko a causa dell’ossessione dello zio che ama sentirla leggere, per lui solamente o con amici, la sua immensa collezione di arte erotica giapponese. Lettura che spesso si conclude con un amplesso con un manichino, sospeso e legato alla nipote da una serie di lacci e catene, appunto. Il manichino è sterile legno, Hideko carne, sangue, sesso. Fino a quando la situazione si sblocca grazie alla passione con Sook-Hee. Il film si sviluppa su rapporti asimmetrici, di dominanza e asservimento.

La Corea è asservita al Giappone, Hideko allo zio (per una buona parte della sua esistenza), ma è la padrona di Sook-Hee, lo stesso gioco di inganni vede continuamente capovolgersi la situazione in modo che ci sia sempre una vittima e una coppia di carnefici. Il grido di libertà è l’unico rapporto paritetico all’interno di questa gerarchia sistematica, che si esprime attraverso l’erotismo, semplice e puro, senza amore in senso stretto se non per la debolezza, anche nelle sue incarnazioni. Le scene finali, che illustrano i destini di Hideko, Sook-Hee, Fujiwara, e dello zio, vedono proprio una predominanza dell’elemento meramente sessuale, che da un lato corona di virilità una vittoria e la mutila dall’altra. Non c’è amore proibito, ma amore per il proibito.

Una lettura pubblica di lady Hideko

In questo continuo gioco di falsità, di inganni nascosti inframmezzati a sequenze esplicite, morbose che raccontano una visione liberatoria del sesso, Chan-Wook sceglie un registro teatrale, affine alla narrazione e alla sua tecnica. Se nel primo atto la protagonista e Sook-Hee e la delineazione della storia appare semplice come il piano di Fujiwara, nel secondo, circa verso la metà del film, un altro inganno ci viene svelato, di cui la vittima è tanto la “ladra” quanto lo spettatore, che verrà rapito dalla recita di lady Hideko e dal suo scioglimento. Nella conclusione assistiamo alla soluzione del tutto, in un culmine inaspettato di tensione dove la lotta per decidere il più forte (quindi il felice) si farà chiara e aperta.

Chan-Wook non pare essersi allontanato da quella ricercatezza formale di cui la critica tanto lo accusa, con voyeurismo affronta i contatti fra Hideko e Sook-Hee di natura quotidiana, con pudore i loro cunnilingui; con i piani-sequenza tipici di un film in costume e la fotografia splendente e sgargiante del fedele Chung Chung-Hoon il regista coreano va a cercare il particolare erotico, il perturbante nell’armonia fatta di gerarchie precise. Un neo, fisico, concettuale, o una qualsiasi imperfezione, asimmetria in un mondo ordinatissimo è oro per Chan-Wook, che trasforma la castità in punk puro, la debolezza in vendetta sul piano morale.

In conclusione, The handmaiden è un film certo non accessibilissimo, per la durata, la lentezza, la teatralità, che però non può non destare curiosità per come si pone nei confronti del cinema moderno, andando a collocarsi in quel piccolo angolo di paradiso che registi come Refn, von Trier o Verhoeven hanno saputo far loro raccontando attraverso la figura della donna un nuovo tipo di realtà, filmica o meno, senza cadere in smielati discorsi sul genere, ma piuttosto privilegiando l’elemento l’umano. Senza contare che assieme a Miljeong, Guemul, e The wailing va a formare un quadrato di cinema coreano che con l’ultimo anno ha chiaramente dimostrato per l’ennesima volta di meritare considerazione e distribuzione anche in Italia.

Titolo originale: Ah-gas-si
Nazione: Corea del Sud
Anno: 2016
Genere: Drammatico, Erotico
Durata: 144′
Regia: Park Chan-Wook

Cast: Kim Tae-Ri, Kim Min-Hee, Jung Woo-Ha

Data di uscita: Cannes 2016