Il secondo giorno del festival veneziano ci porta anche il secondo film legato alle Filippine. Dopo Lingua franca è ora il turno di The kingmaker, documentario ambizioso che cerca di ricostruire gli ultimi turbolenti anni della storia politica delle Filippine partendo dalla figura chiave di Imelda Marcos, un tempo moglie del presidente (cioè dittatore) Ferdinand E. Marcos e ora, sostanzialmente, banca finanziatrice di una nuova campagna elettorale che riporti la più potente famiglia del Sud-Est asiatico dove essa crede di meritare.

Lauren Greenfield è un artista polivalente e sperimentatrice che però in questo caso confeziona un prodotto abbastanza standardizzato, senza elaborazioni sofisticate, individuando il suo punto di forza in un montaggio alternato che contrappone i resoconti degli attivisti e degli oppositori del regime al mondo surreale immaginato da Imelda, presentata qui, senza troppe esagerazioni, come una sorta di crasi tra Maria Antonietta e Giulia Agrippina. Personaggio grottesco per l’ingenuità con cui affronta le domande e giustifica l’operato del consorte che, sebbene chiusa nella bolla patologica della sue stesse fantasie, ricopre a tutti gli effetti il ruolo dell’eponima “creatrice di re” per via delle risorse economiche nascoste durante gli anni al potere (e mai sequestrate successivamente) che hanno finanziato l’ascesa al potere di Rodrigo Duterte e contemporaneamente del di lei figlio Bongbong Marcos, rispettivamente presidente e vice.

Imelda è regina indiscussa della prima parte del film, e contestualmente il tono dello stesso è più leggero, dileggia apertamente la ridicola first lady (sfruttando benissimo gli innumerevoli spunti comici che lei fornisce involontariamente, come la retorica sulla maternità o i vestitini da principessa) e la contraddizione che anima: il cervello di una miss nella testa attaccata alla persona potenzialmente più influente di tutte le Filippine. The kingmaker scandaglia cronologicamente l’ascesa e la caduta di Marcos per concentrare la sua attenzione sull’attualità politica dell’arcipelago, che si snoda in due punti nevralgici e intrecciati: da una parte Duterte, dall’altra il piano di restaurazione della famiglia Marcos.

Mentre i registi come Lav Diaz hanno reso bene l’idea, nel modo più poetico possibile tra l’altro, degli sviluppi della transizione da una dittatura all’altra e ne hanno colto gli aspetti più tragici, Greenfield adotta un approccio più diretto e rigido, specie se confrontato con l’idea di documentario in sé che ha Diaz. Le testimonianze degli oppositori vengono via via spolpate, importano poco alla regista che cerca invece di focalizzarsi, più che sugli orrori della legge marziale (1972-80), dati per assodati, sulle modalità che portano, molto probabilmente, alla ripetizione inesorabile della stessa violenza.

Ed è qui che forse manca qualcosa al film, che si accontenta di esplicitare le ramificazioni di questa indagine ma non vi si sofferma mai in maniera approfondita. La regista fa menzione del sistema scolastico, che non ha ricevuto fondi sufficienti nell’interregno Aquino e non ha saputo far fronte agli sconvolgimenti interni causati dalla rivoluzione, specie per quanto riguarda i più giovani, e delle ingenti risorse impiegate da Imelda nell’occupazione dello spazio offerto dai social network nel mondo della rete per produrre quelle montagne di fake news – che ormai devono considerarsi a pieno titolo oggetto della politica e dell’informazione occidentale – e così volgere digitalmente il malcontento popolare a favore di Duterte, ma non riesce mai a organizzare un discorso strutturale a riguardo accontentandosi di dare qualche informazione superficiale, disertando proprio nel momento che richiedeva maggiore lucidità e (coraggiosa) capacità d’analisi.

The kingmaker ha la capacità inoltre, di riuscire a dispiegare un ampio flusso di informazioni in tempi decisamente concisi, è sorprendente quanto riesca a comunicare dedicando così poco tempo alle interviste e ad altre fonti dirette. In poche parole, riesce a parlare per non detti, facendo filtrare ragionamenti e suggestioni, configurandosi come un documentario raffinato, abile nel travestire alcune sequenze sentite o pregne di significato da momenti transitori. Arriva sostanzialmente tutto in una volta, lascia spazi interpretativi qua e là per colmarli nei minuti successivi nonostante la natura del genere, che non viene piegata su un’altra semantica.

Greenfield non fa invasioni di campo, affidando il suo punto di vista alla candidata alla vicepresidenza e leader dell’opposizione Leni Robredo, che ricopre il ruolo di “narratore onnisciente interno”, intervallando i timejump con un intervento che riassume le conseguenze di quanto appena mostrato e introduce lo spettatore alla tappa successiva, privandoci di un punto di vista interamente imparziale ma andando più al cuore della questione. Sarebbe stata intrigante tuttavia un’opinione americana sui rapporti USA-Filippine, visti soprattutto i comuni interessi economici, gli accordi strategici tra Marcos e la Casa Bianca (con più di un presidente) e i vari acquisti di immobili e attività con cui Imelda ha nascosto e riciclato il denaro indebitamente fagocitato.

The kingmaker lascia quindi qualche cosa in sospeso, manca di completezza pur avendo tutte le carte in regola per essere un doc più che interessante, forse perché per far da contraltare alla filipino new wave un’infarinatura generale – magari anche didascalica – non può non essere apprezzata.