Carla Nowak (Leonie Benesch), una giovane insegnante di matematica e educazione fisica, ottiene il suo primo lavoro in una classe di seconda media in una scuola della Germania.
Tutto sembra filare liscio, finché non si verificano una serie di piccoli furti tra le mura della scuola.
Uno dei suoi studenti, un ragazzino di origini turche, è sospettato e accusato, ma Carla, di origini polacche, non è convinta della sua colpevolezza e decide di indagare da sola.
Lascia il suo computer e un portafoglio con dentro del denaro nella sala professori (il titolo tradotto del film).
“La trappola” funziona: la fotocamera del computer registra il braccio di qualcuno che le ruba il portafogli.
È una delle segretarie della scuola, la signora Kuhn (Eva Löbau), che viene accusata di furto, poiché indossava lo stesso tipo di camicia il giorno del furto. Inizia un “processo” effetto domino, anche perché sarà coinvolto il figlio della Kuhn, allievo di Carla. Perché se la professionalità di Carla è encomiabile, le reazioni degli altri insegnanti non lo sono.

Scritto dal regista con Johannes Dunckere, il film racconta, con abbondante uso della suspense, un microcosmo politicamente significativo – di una società o di una prigione? – dove un’insegnante, anche con modi impetuosi, cerca a tutti i costi di fare la cosa giusta, ma suo malgrado il suo ideale di giustizia fa più danni che raddrizzare il tiro di varie iniquità per colpa di genitori arrabbiati e colleghi sospettosi. Non è una eroina, il pubblico non la considera tale, e nemmeno i suoi colleghi. Questo film esplora sottilmente il razzismo istituzionale e il diritto alla privacy.

Il terzo lungometraggio del regista turco-tedesco İlker Çatak è un dramma coraggioso, con i piedi per terra, ancorato alla realtà grazie alla sobria, misurata interpretazione degli attori. Forse penalizzato dal suo ritmo lento, ma gratificante nel finale.