“The wolfpack” di Crystal Moselle
Presentato prima al Sundance 2015 (premio per miglior documentario americano) e poi al Festival di Roma dello stesso anno, The wolfpack, che segna l’esordio alla regia di Crystal Moselle, è un documentario sulla vita della famiglia Angulo, sette fratelli che il padre ha rinchiuso in casa per sedici anni, e che per lungo tempo hanno trovato l’unica via d’uscita da quelle quattro mura attraverso l’amore per il cinema, unico mezzo per apprendere e per conoscere quel mondo a loro interdetto.
The wolfpack è già claustrofobico solo dalla sinossi. Non è una rivisitazione di Kynodontas di Lanthimos, bensì un documentario che va a raccontare la storia segreta e segregata in un piccolo appartamento di una famiglia in una delle città più conosciute al mondo. Il padre Oscar, affascinato dalla regola religiosa degli Hare Krishna, appassionato di cinema e musica, ha voluto rinchiudere i suoi sette figli per “mantenerli puri”, incontaminati dal mondo esterno, permettendo loro appena una manciata di uscite, rigorosamente in gruppo, in tutta la loro vita. L’unica via di salvezza in questo isolamento è stata la passione per la cinematografia trasmessa loro dal padre.
Tutto questo è continuato per sedici anni, fino a quando nel 2010 il primogenito Mukunda non trovò il coraggio di uscire. Azione che rivelò al mondo l’esistenza della famiglia Angulo, e che incuriosì Crystal Moselle al punto da farla entrare nella vita di questi ragazzi per 5 anni e dare vita a The wolfpack. Integrandosi senza apparenti complicazioni in questa disfunzionale famiglia, la regista è riuscita a creare un microcosmo parallelo. La struttura, come in tutti i documentari di questo genere, è ovviamente semplice: la Moselle intervista ognuno dei fratelli sia in compagnia degli altri, in un primo momento, sia da soli, successivamente; senza forzarli, riprendendo le domande lasciate in sospeso tra un’intervista e l’altra.
A questo proposito è destabilizzante vedere come il concetto di timidezza si rovesci nei fratelli Angulo, perché ognuno di loro è più a suo agio in compagnia che da solo dinanzi alla regista, non perché il sostegno degli altri fratelli li aiuti, bensì perché nessuno ha avuto modo di sviluppare una vera e propria coscienza individuale per via del fatto che sono stati sempre insieme; i fratelli agiscono come una sorta di entità unitaria con una coscienza semi-collettiva. Cosa che si vede solo nei film di fantascienza, e che è il risultato della violenza del padre, che di fatto ha annichilito, o meglio, ha soppresso sul nascere, l’individualità di ognuno, che farà fatica a emergere anche dopo la “rinascita”.
Nel giro di qualche mese dal coraggioso atto “di rottura” di Mukunda, infatti, i ragazzi iniziarono a ribellarsi all’autorità paterna, uscendo e per la prima volta sperimentando azioni semplicissime ma fino ad allora concepite solo attraverso la televisione, come un’esperienza al cinema o un bagno in mare. Questo ha fatto sì che ognuno dei fratelli sviluppasse per la prima volta una propria percezione di ciò che sperimentava sensorialmente, senza la mediazione del “branco” e quindi facendo germogliare dentro di sé un principio di individualità.
In questo senso la storia dei protagonisti di The wolfpack è un percorso di formazione ai limiti del surreale e dell’irreale. Il rapporto con il reale infatti è sovvertito attraverso la relazione che gli Angulo hanno con la settima arte: il loro passaggio non è stato all’età adulta, ma da un mondo finto a quello vero. Il che va a toccare lo spettatore nel suo rapporto con il concetto di cinema, e qui trascende l’eterno dibattito tra arte e intrattenimento per arrivare a una funzione educativa e fondamentale in un rito di passaggio.
Tuttavia, sebbene chi scrive pensa che non si possa definire The wolfpack un documentario non riuscito, il lavoro della Moselle non rientra certo fra i migliori trattamenti degli ultimi anni. I novanta minuti che dovrebbero rappresentare il percorso degli Angulo sono davvero riduttivi, se si pensa a una collaborazione durata un lustro. Non che servisse necessariamente una durata più considerevole, però alla fine si rimane con la sensazione di aver visto solo una minima parte di quella realtà. Non si evidenzia una piega autoriale precisa e la Moselle non sceglie mai una chiave di lettura unitaria, né è riscontrabile un filo rosso che renda l’opera sufficientemente uniforme.
Anche il modo in cui la regista si relaziona ai genitori è eccessivamente semplicistico: la madre Susanne è trattata con un certo buonismo e non viene dato spazio al suo rapporto col marito, bensì viene dipinta solo come la vittima della situazione. Non c’è dubbio che in buona parte lo sia stata, ma trattare anche i sedici anni di assenso, forzato o meno, oppure il momento della decisione di sottoporsi a questa prigionia, sarebbe stato più interessante, così come sarebbe stato interessante approfondire di più la scelta del padre (perché l’ha fatto? in base a cosa ha deciso che i suoi figli sarebbero rimasti “puri” non relazionandosi con il mondo esterno? ne è fiero, visti i risultati al giorno d’oggi?).
Ma anche questi, come la consorte, viene trattato solo superficialmente, e viene dato spazio solo ai suoi deliri da ubriaco senza un effettivo interesse per la congerie di fattori ed esperienze personali che lo hanno portato a maturare una scelta del genere: francamente, sembra estremamente approssimativo il fatto che si sia imputato il tutto a una commistione di interesse per Hare Krishna e alcol. Così come è sbrigativa, se non inesistente, la documentazione del rapporto della famiglia con la sorella, affetta dalla sindrome di Turner e lasciata totalmente in disparte. Ma come rientra la trisomia nei piani para-divini del padre Oscar? Sarebbe stato veramente interessante, e non solo morbosa curiosità, vedere come i fratelli Angulo si sono rapportati con la “diversità” durante quasi due decenni di isolamento, come questa ha turbato (se lo ha fatto) il loro mondo idealizzato; e se questa non l’avesse fatto, comunque il motivo sarebbe stato intrigante per sapere di più sulla famiglia, per avere una rappresentazione quanto più completa possibile del loro percorso fuori da quella casa popolare verso il mondo.
In conclusione, il canino che non cadeva e che tratteneva i figli nella casa di Kynodontas è invece caduto ai lupi del branco protagonista di questo film, e quindi in questo senso esso trova una sua catarsi nella rinascita e nel “lieto fine” della storia, perché in fin dei conti ora gli Angulo hanno una vita normale e le vestigia della situazione sembrano non essere insuperabili. Tuttavia, per quanto sicuramente accattivante per il soggetto, Wolfpack lascia l’amaro in bocca perché avrebbe potuto essere molto di più, magari riuscendo a diventar anche uno dei documentari fondamentali della nostra epoca.