La notte dei tempi è venuta decisamente in anticipo e senza tanti complimenti o proclami, figurarsi trombe angeliche o assenzio, per Sanja, la sua famiglia, la sua città. Partita dal proprio paese natio in cerca non di fortuna, ma semplicemente di una vita migliore ella trova un impiego a bordo di una nave da carico per svolgere lo stesso lavoro che faceva nel paesello che ha appena abbandonato. Questa flebile speranza viene presto stroncata dal licenziamento – i contratti non ci sono mica – e Sanja si trova costretta a ritornare lì dove aveva lasciato una famiglia ora spaccata, il suo vecchio compagno e il figlio, che più di tutti ha risentito dell’abbandono.

A pochi giorni dal termine della SIC 2018, in un momento in cui mancano solo il film che chiuderà il concorso e quello che chiuderà la sezione, Ti imaš noć si rivela una deliziosa sorpresa arrivata così, senza strombazzamenti, al pari della notte di cui sopra. Già Adam und Evelyn, appena due giorni ci fa ci trasportava in quella parte di Europa che della caduta dell’URSS e dell’avvento della globalizzazione ha visto il lato del volto sbagliato. Il cantiere che dava sostentamento a tutta la comunità cittadina ha dichiarato bancarotta eliminando così in un solo colpo migliaia di posti di lavoro, generando con i fendente successivo una marea di “spostati dalla crisi”.

Non è troppo facile ricostruire questi avvenimenti: Salatić rimane fedele alla sua linea cinematografica e analogamente a quanto faceva con i primi corti mischia finzione e documentario, narrando una vicenda senza scomporsi nel fare a meno dei dialoghi, preferendo encomiabilmente far parlare la mdp. La notte è dei disperati, la notte è quello stato di paura catatonica, di incapacità di fare progetti che oramai è la casa di tutte quelle persone che sono costrette a vivere per strada. Alcuni iniziano a delirare, altri si stabiliscono nella foresta e iniziano a vivere quasi come selvaggi, allontanandosi da quella città percepita già come un cancro, un epilogo della catastrofe. Ormai del sole non c’è nemmeno più bisogno; così ragiona, ad esempio, Luka, che aspetta che quel nero un giorno venga rotto da un raggio di luce, filtrato fra gli alberi.

Non è così, però, perché il regista ci trasporta in una dimensione povera. Anche il suo cinema è povero. 16:9 televisivo, montaggio quasi assente, regia fatta di piani-sequenza a camera fissa né lunghi né brevi, semplicemente istantanee che raccontano un angolo di mondo alla deriva, personaggi/persone spaesati/e in un paesaggio monotono, incapace di vivere e che quindi perde la capacità di illuminarsi ed essere illuminato; e da qui si origina una sorta di stato di natura, dove chi può sopravvivere in un modo qualunque, anche a danno degli altri, lo fa e chi non può invece soccombe. Ma quello che colpisce di più è proprio la mancanza di una reazione: nel nero perenne che sembra avvolgere il piccolo borgo non c’è traccia di vita, di rabbia, di organizzazione, persino di sterile ricerca di colpevoli, ma filtra uno spaesamento sistemico che ha ucciso ogni speranza.

La narrazione acquisisce corpo solo a partire dalla seconda metà del film, dopo i primi 35′ circa. Sanja sembra lo spettro di un lare domestico, da come la guardano e la giudicano gli altri abitanti, consapevoli del fatto di poter prendersela con lei ma troppo stanchi per farlo – tanto non servirebbe a nulla. In generale quanto è di corporeo nel film presto si riduce a presenza spettrale, inadeguato alla durezza del mondo in cui sono stati catapultati improvvisamente. La narrazione invece, proprio sulle spalle del senso di caducità che ispirano i personaggi si fa più concreta ma solo per un momento, perché, non appena cala la notte, subito si rarefa, disperdendosi nella nebbia. Ti imaš noć è un ritratto semplice nella sua idea ma estremamente forte nella sua messa in scena, capace di raccontare e nel processo raffinare quella che è una della pagine più nere – nere come la notte – della storia dell’Europa recente.