Presentato il 3 settembre, in concorso per la sezione Orizzonti a Venezia83, Too Much Sugar il film di Robert Greene ci parla di quanto sia difficile provare a cambiare le colpe dei padri.

La trama

Proprio un personaggio da film, Ryan “Holli-wood” Holliger: operaio dedito agli sport di combattimento, uomo carismatico ma inaffidabile, padre di sei figli avuti da cinque donne diverse. Non a caso “Troppo zucchero” gli diceva la nonna, quando lo sgridava perché la sua iperattività l’avrebbe messo nei guai.
Il suo sogno è fare un film sui padri, dato che lui lo è diventato senza mai averne avuto uno. Il film diventa una biografia surreale, dove Ryan coinvolge i suoi figli e la famiglia del suo miglio amico, AccRite, un rapper che non riesce a riprendersi da una perdita tanto assurda quanto ingiusta.
Entrambi padri, ex-carcerati, carpentieri in una realtà operaia (quella del Missouri) dove nessun riscatto sembra essere possibile.
Insieme coltivano il sogno di realizzare un film sulla paternità nella loro cittadina operaia del Missouri. L’idea del film e la sua realizzazione, però, porta i due uomini a consapevolezze inattese.
Ryan con quella che si immagina una commedia, vuole diventare un uomo migliore per i suoi figli e dimostrare loro che si possono realizzare i propri sogni.

La visione di Green e l’idea di Holliger

La commedia ideale, però, si intreccia alla sua realizzazione, con scene dal forte sapore documentaristico e terapeutico, trasformando il progetto in un laboratorio che evidenzia come cambiano i rapporti di forza tra osservatori e osservati. Il film è un’opera collettiva dove c’è l’uomo che gira e l’uomo che si fa filmare, che p il vero ideatore della trama.
Lo spettatore vede la storia vera della classe operaia americana, la difficoltà di rimediare agli errori dei padri assenti e la determinazione a far sì che le ferite non si tramandino identiche ai propri figli: diventare padri migliori e lavoratori onesti, ecco l’aspirazione dei personaggi.
Il regista Robert Greene spiega proprio nella didascalia iniziale che incontrò Ryan al campo di basket dove entrambi portavano i figli. “Era il padre più rumoroso di tutti: lo detestavo. Due anni dopo era con la nostra squadra: lo adorai”, dice Greene.
Greene però non cade nel facile tranello di assecondare le buone intenzioni di un uomo che cerca di migliorarsi e, pur dando corpo all’idea di buon padre di Ryan (insegnare un mestiere, essere presente, giocare con loro), lascia il giusto spazio alle scene, perché emergano spontanee fratture, incoerenze e contraddizioni che il rapporto con un uomo così accentratore e narcisista portano con sé.
Too Much Sugar così, come una matrioska, si svela essere molti altri film, sognati o girati all’improvviso: ogni componente della famiglia, infatti, è chiamato a dare un titolo al film della propria vita e a immaginarlo, così dall’auto-realizzazione si passa ai desideri delle persone vicine e la struttura filmica si frammenta in altre micro-narrazioni.