“Trilogia di New York” di Paul Auster

Città di vetro - Fantasmi - La stanza chiusa

Pubblicati per la prima volta tra il 1985 e il 1987, i tre romanzi (Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa) che compongono la Trilogia di New York potrebbero essere annoverati nell’ambito del postmodernismo americano anni ’60-’70, ma l’autore ne stravolge i canoni, concedendosi un approccio tra metaromanzo e detective story. Ognuna delle storie, infatti, è basata su una sorta d’investigazione sui generis, che si spinge verso gli aspetti sociali e morali della società, fino al metafictional.

In Città di vetro, lo scrittore trentacinquenne di romanzi gialli, Daniel Quinn, riceve una misteriosa telefonata che lo spingerà ad assumere l’identità di un altro uomo, onde risolvere un bizzarro caso: proteggere il giovane Peter Stillman da un potenziale tentativo di omicidio da parte di suo padre. Oltre allo scambio di persona, l’autore gioca con la sua identità, autocitando il proprio nome (Paul Auster, cioè il vero destinatario della chiamata, come pure un omonimo scrittore di Manhattan al quale Quinn si affiderà in un momento di smarrimento) all’interno della narrazione stessa ed esplorando i diversi strati della realtà attraverso un intreccio di personaggi e pseudonimi.

Auster è come un funambolo, padroneggia con coerenza il corpus letterario e si spinge oltre una particolare forma di narrativa poliziesca, che utilizza ancora gli elementi noti del genere hard boiled, ma secondo una nuova formula sperimentale.

Questo primo romanzo presenta, inoltre, un legame intertestuale con il Don Chisciotte di Cervantes, tant’è che il protagonista stesso condivide le iniziali con l’hidalgo spagnolo (Daniel Quinn). Argomento centrale è la deriva del proprio corpo, finalizzata ad eludere l’onere di pensare, in un mondo in cui si è perduto il senso stesso della “nostra” finalità. Lo sdoppiamento diviene, così, l’unico espediente per superare il dolore. Emblematico il parallelismo con la storia di Kaspar Hauser – giovane tedesco, apparso in circostanze oscure a Norimberga un pomeriggio del 1828 con indosso un singolare costume, il quale affermò di essere cresciuto in totale isolamento in una buia cella -, simbolo dell’individualità esasperata fino all’afasia. Sul Fanciullo d’Europa, come venne soprannominato, sono state realizzate numerose opere, tra cui L’enigma di Kaspar Hauser, film di Werner Herzog (1974).

La seconda storia, Fantasmi, è ambientata nel 1947 ed incentrata sul singolare impiego dei colori come nomi propri (lo stesso autore ammette indirettamente di usare l’espediente di siffatte “categorie già pronte” quando la fantasia viene meno – pag. 250) e vede come protagonista un uomo di nome White, che ingaggia un certo Blue, affinché sorvegli un tale chiamato Black. In un andirivieni di ombre indistinte, che si avvicendano in un pedinamento serrato, il presente non sembra meno oscuro del passato e le occasioni perdute non contano meno di quelle già còlte.

L’ultimo capitolo della Trilogia, La stanza chiusa, ricalca l’enigma della camera chiusa, un elemento classico della prima narrativa poliziesca. Fanshawe ed il protagonista sono vecchi migliori amici, nonché entrambi scrittori: il primo sembra scomparso da più di sei mesi e il secondo viene contattato dalla moglie, Sophie, affinché s’incarichi di pubblicare i suoi scritti postumi.

Tutti e tre i romanzi mostrano elementi ricorsivi che rimbalzano e s’intersecano tra loro (Quinn, presente nel primo racconto, è altresì l’investigatore privato del terzo; anche il figlio di ‘Auster’ si chiama Daniel; l’ambientazione newyorchese; un taccuino rosso sul quale vengono via via annotate vicende quotidiane ecc.) e che finiscono per condurre ogni situazione ad un punto critico, oltre il quale la vita di ciascun avventore si tingerà di risvolti drastici ed inverosimili.

Sia prima di metà libro (pag. 119) che verso l’epilogo (pag. 294), l’autore cita – per mezzo del protagonista o di sue estemporanee incursioni – la Trilogia stessa, definendola “una storia sola”, “tutta basata sui fatti”, ma con ciascuna delle sue componenti ad un diverso stadio di consapevolezza.

In un simpatico gioco delle parti, con cui Auster si diverte ad ipotizzare destini interscambiabili, nulla è reale tranne il caso ed il nocciolo dei fatti sembra resistere a qualunque tipo di rappresentazione, giacché le parole possono finire per oscurare i concetti che tentano di esprimere. Sullo sfondo di una ‘Grande Mela’ popolata da vagabondi, mendicanti, ex artisti del vaudeville ed accattoni, “a conti fatti la vita si riduce ad una somma di incontri fortuiti, di coincidenze, di fatti casuali che non rivelano altro che la loro mancanza di scopo”.

Paul Auster
Trilogia di New York
Einaudi (Super ET), 2014
pp. 314, € 12,50