“Un amore” di Dino Buzzati

Quando uscì Un amore (1963), gli addetti ai lavori si scagliarono contro Buzzati, tacciandolo di scrivere “novellette”. L’autore, in patria, non godeva di chissà quale reputazione, tant’è che gran parte della sua opera fu acclamata unicamente dalla critica francese, la quale gli riconobbe il meritato consenso includendola nei prestigiosi Cahiers.

L’architetto Antonio Dorigo, borghese quarantanovenne nel pieno della sua carriera, decide di concedersi apertamente ad una spontaneità sempre vagheggiata, ma fino a quel momento preclusa. Dacché ne avesse memoria, soprattutto a causa d’una educazione severamente cattolica e dell’ipocrisia sociale che rinnega i desideri carnali, la donna per lui rappresentava una creatura indecifrabile, illecita, il classico “frutto proibito”.

Intuendo d’aver sprecato tempo nel perorare una simile convinzione e notando la netta differenza tra il suo approccio rispetto a quello di altri suoi coevi, si appresta a frequentare un dignitoso postribolo, gestito dalla signora Ermelina.

Sarà proprio in quel luogo di piacere, che s’imbatterà in una (sedicente) giovane ballerina del Teatro alla Scala, Laide, la quale lo introdurrà, inconsapevolmente, in un universo sentimentale fino ad allora rimasto del tutto inesplorato. Ella divenne ben presto il baluardo plebeo, vizioso e sfrontato attraverso il quale gli sembrava di potersi affrancare dalla noia, dalla (presunta) rispettabilità borghese e, soprattutto, dal costante pensiero della “Torre nera” (alias morte).

Nonostante le continue obiezioni del proprio buonsenso, gradualmente il protagonista finisce per invaghirsi di quella “maschietta” irriverente, sebbene combattuto tra l’umiliazione, gli affanni e quella sorta di vivace sortilegio che aveva ormai reso la loro frequentazione una vera e propria ossessione.

Laide era l’incarnazione di tutto ciò che lui disprezzava, semplicemente perché non lo aveva mai avuto prima. Solo, ignorato e smarrito nel suo personale inferno di “troppo tardi” incipienti, in quella babilonia convulsa di sensazioni contrastanti e stati d’animo tipici dell’innamoramento, l’architetto si aggrappa alla ninfetta come ultima possibile occasione di redenta giovinezza.

Salvo ridestarsi ben presto dal torpore amoroso e accorgersi che la ragazza ha intessuto una fitta rete di menzogne, inconfessabili segreti e raggiri, corazza del suo vivere spregiudicato, dai quali lui sperava di potersi finalmente emancipare grazie ad una completa e definitiva rinuncia.

La consapevolezza della sua solitudine, la prospettiva d’un futuro squallido ed esanime e la sensazione dell’approssimarsi d’una scadenza inesorabile, lo faranno tuttavia desistere.

Fino a raggiungere un’ultima tregua – ben distante dai primi tormenti in corrispondenza dello sterno, dalle notti in bianco, dalle screpolature sul soffitto, presagio della sua stessa afflizione -, che lo riavvicinerà a quella creatura proibita, illuminata dal riverbero dei lampioni al neon d’una Milano caliginosa, che forse non covava altro, in fondo all’animo, che desideri semplici ed eterni, domestici, rassicuranti e probabilmente banali, come qualunque altro essere umano.

Dino Buzzati
Un amore
A. Mondadori (Oscar Moderni), 2017
pp. 262, € 14,00