Ennesimo – nonché ultimo – film in costume presentato alla 75esima edizione della kermesse lagunareUn peuple et son roi fa esattamente quello che fanno opere come Peterloo ma lo fa con un avvenimento ancora più importante (quasi fondante all’interno della storia occidentale) e senza la grazia della mdp di Mike Leigh.

L’ultimo film di un Pierre Schoeller che, con tutto il rispetto, non si capisce che dovrebbe fare in una qualunque sezione di un festival del cinema considerando che si tratta più che altro di un teleplayer televisivo con una buona formazione in ambito storico e, sembra, un certo interesse per la politica (ben riscontrabile nel dimenticabilissimo L’esercizio dello stato), è una ricostruzione storica pura  e semplice degli avvenimenti chiave della Rivoluzione Francese. Nel 1789 di Schoeller è si è appena conclusa la presa della Bastiglia, e il fatto inizia a coltivare le speranze di un popolo a lungo vessato mentre le idee di libertà, uguaglianza e fratellanza cominciano a radicarsi nella testa di molte persone comuni. Tra questi molti il regista sceglie di focalizzarsi, facendone metonimie universali per genere, su Basile e Françoise, rispettivamente vagabondo e lavandaia che in questo contesto scoprono tanto la rivoluzione quanto un’amore sincero, buttandosi pieni di aspettative nel processo attivo di creazione di un nuovo sistema politico e affondando mani e piedi in questo sogno di libertà – o, come preferiscono chiamarla, autonomisasion.

Quella di Schoeller è un riportare su schermo in maniera diretta un riassuntone molto colorato e caricatissimo in fase di fotografia dell’avvenimento principe del XVIII secolo, usando tutti gli espedienti topici e i cliché dello sceneggiato. Amore, umorismo quanto basta, grottesco, un paio di scene forti, tanto lavoro sull’immedesimazione e un paio di protagonisti monodimensionali che facilitino quest’ultima operazione. Il nostro vorrebbe filmare un popolo, un popolo attivo ma questo è fin troppo al di là delle sue capacità, e ciò si capisce fin troppo bene nelle scene che vedono protagonista la collettività, momenti in cui la tensione crolla perché non è nelle corde del wannabe-autore una gestione dei tempi e dei dialoghi che permetta a più di una o due figure di svettare. Cavalcando la retorica sterile della crisi della contemporaneità (che esiste eccome, per carità, però se ora funge da scusante per confezionare industrialmente questo genere di cose, apriti cielo!), Un peuple et son roi persevera per più di due ore nel nascondersi dietro il sensazionalismo facilone delle fiaccolate, delle colonne sonore à la Zimmer e della sonorità sorda della polifonia dei passi e delle grida da battaglia che giocano più su quel concetto di estetizzazione politica che però è successivo a quegli avvenimenti, anzi, forse né è una conseguenza.

Sarebbe stato interessante vedere infatti una comunione tra la narrazione messa in scena e il linguaggio utilizzato per farlo, ma Schoeller non è di questo avviso, il cinema non gli interessa più di tanto, si limita a firmare la regia e la scrittura (la prima più che basilare, la seconda pure) di una ricostruzione didascalica che si fa guardare come i filmati di repertorio di Superquark – anzi, probabilmente potrebbe rappresentare un buon film da far vedere agli alunni da parti degli insegnanti di storia durante quegli primi giorni estivi in cui non si combina nulla. Elaborazione cinematografica nulla, senso per il filmico inesistente, volontà di fare cassetta facile evitando al contempo i lanci di pomodori al grido di “Mainstrem! Mainstream!” da parte della critica francese (di un campanilismo grottesco ormai): queste sono le cifre di Un peuple et son roi. Un mediocre tentativo che adatta al canovaccio classico della fiction da TV nazionale (paradigma al quale sembra si sia convertito recentemente anche il caro von Donnersmarck, da considerarsi ormai perduto) la narrazione semplificata da figure empatiche di un bignami della Rivoluzione Francese. Francamente, vale la pena persino apparire ridondanti, non si capisce cosa faccia in un contesto come quello di uno dei festival d’élite del mondo della cinematografia una pellicola del genere, financo fuori concorso, seppur ben confezionato. Evitabilissimo.