Una notte sbagliata al Teatro Ca’ Foscari

Dopo Il canto della caduta, titolo inaugurale della nuova stagione del Teatro Ca’ Foscari La via maestra – ricomporre il presente, è Marco Baliani a proporre una nuova riflessione sui tempi bui che stiamo vivendo. Ancora vivo è il ricordo di quella serata in cui sempre qui a Santa Marta ci incantò con il suo indimenticabile Kohlhaas che oggi compie trent’anni.

Una notte sbagliata è “teatro di post-narrazione”, espressione di un sentire personale che anche molti di noi provano a leggere certe notizie. Sempre più frequentemente gravi atti di razzismo, xenofobia, abuso di potere, antisemitismo e sessismo vengono sminuiti dagli sciacalli di turno. Assistiamo sgomenti al tentativo di riabilitare ideologie fasciste e reazionarie, di fornire alla gente un nemico su cui riversare le proprie insoddisfazioni e le cause di ogni male. Tanti segnali trascurati, spazzati via da commenti fuori luogo, benaltristi o accondiscendenti. Il teatro può e deve fornire gli strumenti critici per comprendere il presente, un tempo «in cui la sacralità del vivente, la sua inviolabilità biologica si è incrinata e compromessa».

Ci fa un certo effetto scriverne a pochi giorni dalla condanna dei due carabinieri coinvolti nel caso Cucchi, ma Una notte sbagliata ci fa pensare a lui e agli altri che non sono riusciti a ottenere giustizia. Baliani è Tano, ex paziente psichiatrico che vive con la madre e il cagnetto Uni. Un’esistenza tranquilla di cui le scene di Lucio Diana ci mostrano l’ultimo atto, un parchetto dove Tano porta il cane, tra foglie secche, travi arruginite e monoliti in cemento. Di notte, i poliziotti gli scaraventano addosso tutta la rabbia di un mancato successo, la fuga di un nero. Tano, nonostante sia conosciuto da uno degli sbirri, diventa il capro espiatorio di gente frustrata.

Lontani dal linguaggio lineare di Kohlhaas e da quei novanta minuti recitati da seduto, tra analessi e slittamenti temporali Baliani ci fa entrare e uscire nei corpi e nelle teste dei vari personaggi, siano essi Tano, il cane, gli agenti, un conferienzere e se stesso. Il ritmo e l’espressione del narrare, un continuo cambio percettivo e linguistico, trasmettono imparzialità nel tentativo di analizzare i vuoti esistenziali. Baliani «sposta di continuo il focus della vicenda, costringendo lo spettatore non solo a viverla emotivamente ma a farsene carico anche ragionandoci sopra». Ma il vero nodo è il paradosso che coglie la vittima, sentirsi colpevole della propria “diversità”, come nel Processo di Kafka.

Baliani ci trasmette la solitudine di Tano e della periferia, luogo in cui le assurdità sembrano ritrovarsi e agire. Grazie ai paesaggi sonori di Mirto Baliani, questi mondi assurdi, buchi neri delle metropoli, li udiamo di sottofondo. Le parole sono accompagante dalle proiezioni di disegni elementari che danno sostanza ai pensieri semplici di Tano. La regia di Maria Maglietta è stata costruita in fieri, affidandosi al processo creativo dell’attore che, ancora una volta, fa del teatro rito collettivo e ci imprime nella mente quel «Chi sei tu?» gridato con odio.

Lunghi applausi da parte del numeroso pubblico accolgono Baliani al termine della recita del 7 novembre.

Luca Benvenuti

Credits Marco Parollo