Presentato in Concorso a Cannes 71, dove se non la contesa Palma d’Oro si è aggiudicato senz’altro il titolo di pomo della discordia tra gli addetti ai lavori, Under the Silver Lake segna il ritorno sulla Croisette di David Robert Mitchell a quattro anni dall’opera che l’aveva consacrato autore, che proprio ragionando sull’autorialità cerca di mettere insieme tutti i suoi riferimenti culturali e cinematografici in un’unica confezione. Il risultato è un divertissement limato e patinato ai limiti del parossismo, irresistibile se ci si lascia prendere per mano ma più convenzionale rispetto al passato.

Disoccupato e in procinto di essere sfrattato, la vita di Sam – Andrew Garfield, per la prima volta da diversi anni in un ruolo convincente – subisce una piacevole svolta allorché la bella e misteriosa Sarah – Riley Keough – si trasferisce nell’appartamento sotto il suo, ma neanche il tempo di “conoscersi meglio” che Sarah sparisce senza lasciare traccia (o quasi). Armato solo di una fotografia dell’amata, Sam si impegnerà anima e corpo nella sua ricerca arrivando a essere messo a parte della più grande cospirazione della Storia umana.

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Teen e pop, questo il binomio fondativo della filmografia dello statunitense: benché l’età ormai non gli faccia più gioco, Mitchell ha costruito un’immagine di sé di eterno adolescente dai riferimenti colti, che in The Myth of the American Sleepover (2010) – suo lungometraggio d’esordio – parodiava la Jean Seberg godardiana con Claire Soma nei panni della (not so) tomboy Maggie e destrutturava il racconto di formazione à la Nouvelle vague, e che in It Follows (2014) infilava citazioni di Dostoevskij o T. S. Eliot senza preoccuparsi troppo di sbatterle in faccia all’audience senza ricontestualizzarle. La sua ultima fatica non fa eccezione, e rappresenta anzi l’apoteosi di questa smania di mostrare e mettersi in mostra, talvolta anche strafacendo: Under the Silver Lake chiama così in causa mostri sacri del calibro di Hitchcock – il voyeurismo de La finestra sul cortile e i pedinamenti di Vertigo – e Lynch – il peregrinare losangelino di Mulholland Drive – e palesa la nostalgia per il cinema classico hollywoodiano – Come sposare un milionario e Settimo cielo nel lettore DVD dei due protagonisti –, ma la settima arte non basta a esaurire il repertorio di memorabilia.

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Il mondo in cui si muove Sam è quello della cultura di massa degli anni ’80-90 corrispondenti all’infanzia del regista, che si sbizzarrisce al di fuori del campo strettamente cinefilo contemplando un pop ad ampio spettro: c’è la band pseudo-sabatthiana Jesus & The Brides of Dracula che si esibisce solo per selezionatissime platee – impossibile non pensare alle fulminee performance “a porte chiuse” dei primi Jesus & Mary Chain – in attici o catacombe, il cui brano (originale) Turning Teeth – il testo strizza l’occhio alla madrina dei Teenage Jesus & the Jerks – è stato inciso col backmasking; ci sono messaggi criptati nei beni di consumo, con scatole di cereali e vecchie riviste di videogiochi – Sam gioca ancora al NES, che ebbe il suo picco di popolarità a fine anni Ottanta – che nascondono mappe per moderne piramidi riservate ai facoltosi; ci sono loschi figuri ispirati al fumetto hard boiled – con delle allucinanti sequenze animate dedicate – che potrebbero essere usciti dal pennino di Frank Miller.

Il tutto contrappuntato dalla colonna sonora di Richard Vreeland aka Disasterpeace, artista attivo nell’ambito videoludico prestato al cinema – difficile dire cosa sarebbe stato It Follows senza di lui – che fra l’altro ha composto di recente le musiche di Hyper Light Drifter (2016), gioco indie che assomma influenze dalle coordinate non dissimili da quelle di Mitchell, muovendosi tra rimandi a Miyazaki ed Evangelion e omaggi alla tradizione del GDR classico.

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Ma nonostante l’immaginario rétro cui si richiama, Under the Silver Lake è il perfetto film della contemporaneità: un film della e sulla manipolazione, manifesto inquietante dell’era della post-verità in cui il capitalismo sarebbe arrivato a formulare la sua stessa antitesi, a inscenare un gioco delle parti abbastanza credibile da illuderci che la ribellione sia ancora possibile. E in questo grande gioco dove in pochi sono giocatori, che cos’è il cinema? Mitchell arriva persino a intervenire sul suo The Myth of the American Sleepover – in una scena lo vediamo proiettato all’aperto all’Hollywood Forever Cemetery – sostituendone gli interpreti originali con quelli del film in questione, per dimostrare che il cinema, per quanto lo si possa innalzare a oggetto di culto, altro non è che l’ennesima finzione, frutto di manipolazione e pertanto a sua volta manipolabile.

Una paranoia che non è semplicemente esercizio di stile e serve anzi a muovere una critica non troppo velata alla società americana: come It Follows si destreggiava tra gli stereotipi del teen movie per mettere alla berlina l’ipocrisia bacchettona dell’America di provincia e la sua strategia di terrorismo psicologico, così Under the Silver Lake sposa le convenzioni del noir – si intravvede nell’architettura l’influenza di Wilder – per denunciare l’hipsteria dilagante tra le classi agiate, la questione dei senzatetto, l’isterilimento del sistema produttivo degli studios e l’istupidimento di una nazione attaccata allo schermo dei cellulari.

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It Follows (2014)

Questo, bizzarria più bizzarria meno, è ciò che dall’autore ci aspettavamo. Quello che invece non ci aspettavamo era di vederlo rinunciare in partenza a mettersi alla prova. Under the Silver Lake infatti è più convenzionale di quanto voglia dare a vedere: pur di raccontare senza sbavature la folle avventura di Sam – che rispetto all’unicum pynchoniano di P.T. Anderson con cui molti hanno istruito un parallelo presenta diversi spunti “folli” non coltivati –, Mitchell obbedisce ciecamente alle regole della continuity, evitando di giocare col montaggio come nel suo primo film o di osare con la macchina da presa come nel secondo – chi non si ricorda la corsa sulla sedie a rotelle della povera Maika Monroe. In questa sua terza prova più sceneggiatore che regista, l’eterno adolescente ci sembra un po’ invecchiato, talmente assorbito dal raccontare la sua storia pirotecnica da trascurare il come, quando invece aveva saputo catturare la nostra attenzione con un nuovo sguardo su generi da cui pensavamo fosse impossibile tirare fuori qualcos’altro.

Ancor più della pretenziosa opera seconda di Brady Corbet, il non meno pretenzioso Under the Silver Lake meriterebbe il sottotitolo di «affresco del XXI secolo»: è un prodotto dal ritmo invidiabile – molto classico, appunto –, di ottima fattura e divertente da decifrare ma, una volta esaurito il suo freak show, anche abbastanza dimenticabile.