Un Concorso di ottimo livello, quello proposto da Alberto Barbera e dalla sua squadra di selezionatori per la 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Un percorso tra molte certezze, qualche scommessa e la ritrovata fiducia nel cinema di genere. Una selezione che non teme – giustamente – le proposte di Netflix e Amazon Studios e che vedremo ancora una volta tra i protagonisti della stagione dei premi negli States.

Tra molte storie che guardano al passato per raccontare il presente (sono ben 14 su 21 i film “in costume”) e altre che confermano la vitalità espressiva del cinema contemporaneo, il Festival di Venezia si conferma una finestra viva e fondamentale sul mondo dell’Arte Cinematografica.

Aspettando la premiazione – con ROMA di Alfonso Cuaron favoritissimo – ecco una veloce carrellata (con tutte le recensioni) sui film presentati in Concorso a Venezia 75.

First man – Il primo uomo

Un solido, ma troppo “terreno”, biopic sul primo uomo a mettere piede sulla Luna. La conquista dello spazio (cinematografico) non arriva fino in fondo.
Un intellettualistico esercizio di stile che regge il tempo dell’algida introduzione alla lobotomia come forma di terapia sul viale del tramonto. Nonostante lo sforzo, la statura di Jeff Goldblum non basta.
Papabile Leone, il film largamente autobiografico di Cuarón coniuga raffinatezza registica e forza emotiva in un bianco e nero folgorante. La vita al servizio del cinema e viceversa.
Splendido triangolo tutto al femminile alla corte della regina Anna. Ritmo, ironia e malizia nel film finora più accessibile del regista già di culto Yorgos Lanthimos. Interpretazioni perfette e aria di premi fin dal primo momento.
Il futuro del libro si decide nei salotti della borghesia parigina, mentre la vita prosegue tradimenti e illusioni. Dialoghi folgoranti e una sceneggiatura a prova di bomba per un film che si nutre di meccanismi calibrati al millimetro (persino troppo).
Un’antologia western costruita attorno ai topos del genere. Sei episodi per sviscerare l’essenza del genere e dimostrare l’amore – e il talento – dei fratelli Coen per la narrazione cinematografica.

Affresco storico che procede per accumulo per sfociare nel celebre massacro di Saint Peter. L’abilità del maestro Mike Leigh è indubbia, ma la forza del film – il potere della parola – rappresenta anche la sua debolezza nella verbosità della costruzione cinematografica.

Remake solo sulla carta, l’atteso film di Guadagnino vive più di trovate di marketing che di vere sorprese cinematografiche. Alcune ottime sequenze non riscattano la visione troppo autoreferenziale del regista.
Concreto polar sull’eterna lotta tra amicizia e dovere, il film intrattiene con competenza, ma non riesce a superare le barriere dell’ottimo prodotto di genere.
Attualissima indagine sociale e antropologica sul conflitto razziale oggi in America. Un documentarista italiano che lavora negli States e ha molto da dire. Anche se lo sguardo così intimo può rivelarsi a volte inopportuno.

Un western pacifista e moderno con una coppia di attori sempre incredibili. Uno sguardo intelligente e contemporaneo che regala grande cinema e uno sguardo di speranza sul futuro. E ce n’è bisogno.
Aspettando la Prima guerra mondiale, l’Ungheria sta per esplodere. Claustrofobica opera seconda del regista de Il figlio di Saul, Tramonto promette fin dall’inizio una svolta che non arriva mai riducendosi a talentuoso esercizio di stile.
Schnabel rilegge la vita di Vincent van Gogh pensando più a se stesso che al pittore e all’arte. Dafoe è bravo, ma la porta del cielo rimane chiusa.
Un inconsistente dramma stilisticamente televisivo prova a riflettere sulla giustizia mediatica parallelamente a quella ordinaria. Missione fallita.
Con sguardo personale, Corbet riflette sulle origini delle divinità contemporanee (in questo caso una popstar di successo dal passato traumatico). Lo stile c’è, ma in questo caso soffoca la storia.
La vita d’arista attraverso le deportazioni naziste, passando per l’influenza sovietica in Germania e l’approdo verso Berlino Ovest è una nuova forma d’arte. Melodramma storico di facile lettura e sicuro intrattenimento, ma di limitato respiro cinematografico.
Un’opera complessa e divisiva, frutto del grande talento di Carlos Reygadas. Tauromachie e triangoli amorosi in uno spaccato di vita che coniuga genialmente autorialità ed emozioni.
La riproposizione troppo asettica e dismdascalica del terribile massacro terroristico sull’isola di Utoya. Una regia di servizio per un film che non stupisce nonostante le tematiche importanti affrontate.

 

Nella Tasmania del 1825, una storia di violenza e vendetta, di annientamento e genocidio che non ha molto di provocatorio e che si perde troppo facilmente in connotazioni stereotipate.
Hippie ante litteram a Capri, tra medici socialisti-interventisti e guru dalle sembianze cristologiche. Un ritratto naïf, poco dialettico e molto borghese, dove la bellezza naturalistica non riesce a esorcizzare gli sterili presupposti intellettualistici.
Compatto e potentemente pacifista film di ronin e samurai che impugnano la spada con spirito diverso: chi per uccidere chi per non doverla usare mai. Uno Tsukamoto attore e regista convincente.