Venezia, Teatro La Fenice – I due Foscari

VENEZIA – Il sipario cala sulla stagione lirica 2022-2023 del Teatro La Fenice con I due Foscari di Giuseppe Verdi. A torto sottovalutata e liquidata frettolosamente per la staticità dell’azione, questa tragedia lirica degli “anni di galera” è invece lavoro ricco, soprattutto dal punto di vista musicale. Seppur considerata da Verdi di “colore troppo uniforme dal principio alla fine”, presenta strutture e linguaggi che verranno sviluppati ampiamente in Macbeth, Simon Boccanegra e Don Carlo. Verdi e Piave dosano la tensione in costanti climax sulla lunga attesa per la condanna all’esilio di Jacopo Foscari, figlio del doge accusato ingiustamente dell’omicidio di Ermolao Donato, capo del Consiglio. Suo padre, proprio Francesco Foscari, è combattuto tra doveri politici e pietas familiare. Il libretto non sarà tra i migliori in termini di coerenza e poesia, ma ben descrive la lotta tra sovrano e Consiglio dei Dieci. Dramma, quello di Jacopo, che è anche dramma per contrasto in quanto non mancano momenti di leggerezza: le barcarole del secondo e terzo atto fanno entrare in scena la realtà, così come compare in altre forme anche in Trovatore, Traviata e Otello per citarne alcune.

L’allestimento visto in Fenice è quello del Maggio Musicale Fiorentino, risalente al 2022. Il regista Grischa Asagaroff predilige l’ambientazione storica, una recitazione di tradizione, statica e per nulla caratterizza i personaggi. Troppi sono i cambi a vista che interrompono la partitura, spegnendone il pathos e la scorrevolezza, causa l’ingombrante parallelepipedo rotante di Luigi Perego che è all’uopo palazzo Foscari, palazzo ducale, prigione e tomba monumentale. Apprezzabili i costumi dello stesso Perego, colorati e storicizzati, ma bocciati senza appello quelli delle guardie e i copricapi col “dolfin” del terzo atto. Il disegno luci è di Valerio Tiberi, funzionale quanto le coreografie di Cristiano Colangelo per la danza veneziana. Ingiustificabili i rintocchi registrati della campana finale e della peggiore qualità il leone marciano proiettato all’adunanza del Consiglio. Peccato che, con un titolo ricco di temi così moderni quali il dissidio potere-famiglia, la corruzione, l’ipocrisia della politica, non si sia scelto di fare teatro in maniera più audace.

Sul versante musicale, la direzione di Sebastiano Rolli colpisce per l’attenta lettura del dettato verdiano, frutto dell’esperienza consolidata nel repertorio del Bussetano. Bellissime sfumature, agogiche pertinenti e dinamiche condivisibili caratterizzano le scelte del maestro che può contare sull’ottima forma dell’Orchestra.

Tra gli interpreti, Luca Salsi, in passato già Rigoletto e Macbeth alla Fenice, si distingue per una linea di canto varia, capace dei più cangianti colori, adatta senza dubbio a descrivere il ruolo così complesso del Doge Foscari. Il fraseggio, la palese dimestichezza nel dosare i volumi e l’emissione compensano le lacune della regia, dando dignità musicale al personaggio. Sta un po’ stretta Lucrezia Contarini al soprano Anastasia Bartoli, già algida Elvira nello scorso Ernani: seppur vanti uno strumento potente, facile all’acuto e in grado di reggere le ardue variazioni, il personaggio manca di varietà, concentrato com’è a svettare su orchestra e cantanti. Netta è la differenza tra “O patrizi…tremate”, in cui le colorature le riescono piuttosto bene, e “Più non vive!…l’innocente”, ove il canto si fa più rigido e meno sinuoso. Francesco Meli è Jacopo dolente, chiaro nel fraseggio, ma costante è l’impressione che il ruolo non sia centrato a dovere. Completano il cast Riccardo Fassi, ottimo Loredano, il Barbarigo di Marcello Nardis, la Pisana di Carlotta Vichi. Alessandro Vannucci e Antonio Casagrande sono rispettivamente un fante e un servo.

Il Coro, preparato da Alfonso Caiani, ha ritrovato qui lo smalto di un tempo.

Ovazioni per Bartoli, Salsi e Rolli alla recita del 14 ottobre da parte del pubblico che ha fatto registrare il tutto esaurito.

Luca Benvenuti