Venezia, Teatro Malibran – Maria Egiziaca

Credits Roberto Moro

VENEZIA – Tempo di Quaresima, tempo di conversione. Coincidenza vuole che al Teatro Malibran sia in cartellone una fenice del repertorio lirico del novecento italiano, Maria Egiziaca di Ottorino Respighi. Titolo di rarissima esecuzione, tanto che l’ultima veneziana risale al 1956, trattasi di un «mistero» in tre episodi su libretto di Claudio Guastalla che debuttò in forma di concerto alla Carnegie Hall di New York il 16 marzo 1932 e in forma scenica al Teatro Goldoni di Venezia nell’agosto dello stesso anno. L’opera si ispira alla vita della santa omonima, citata per la prima volta da Sofronio vescovo di Gerusalemme e narrata poi in altre numerose fonti: la prostituta Maria si reca a Gerusalemme dove si pente dei suoi peccati e in seguito si ritira nel deserto, vivendo in eremitaggio fino alla morte, assistita dal monaco santo Zosimo. Opera di difficile catalogazione, nasce tra il sinfonico e il rappresentativo, esperimento che, ricorda Elsa Respighi, divise fin da subito la stampa, ma al pubblico piacque e fu ospitata in oltre cinquanta teatri in tutto il mondo. Il title role divenne specialità del soprano Maria Caniglia che lo interpretò a Cagliari, Milano, Firenze e, addirittura, a Tunisi nel 1934. Ispirazione, teatralità e canto, assieme a una partitura variegata e coerente con il libretto, fanno di Maria Egiziaca un lavoro equilibrato ed enigmatico.   

Credits Ufficio Stampa

La struttura tripartita, un trittico che richiama volutamente la tradizione dei pannelli medievali, si presta a infinite possibilità scenico-drammaturgiche, in apparenza facili da ideare, ma in realtà difficilmente conciliabili col minimalismo dell’azione. Pier Luigi Pizzi, curatore di regia, scene e costumi, non cade nel tranello. Ultranovantenne, Pizzi ha ancora qualcosa da dire e qui fa molto con poco. C’è l’evolversi del carattere di Maria, virante da una sensualità da femme fatale, che ricorda le donnine di Milo Manara, all’estasi mistica-erotica sotto la croce, acuita dallo stigma del Pellegrino, per ritrovarsi poi invecchiata e nuda, ma redenta e pudica, nel deserto. Maria non può non apparire senza veli e il regista affida il compito alla danzatrice Maria Novella Della Martira che riempie i passaggi tra gli episodi quale alter ego della protagonista. Ma l’erotismo del personaggio è accentuato anche da piccoli dettagli di possibile interpretazione analitica, quali l’adorazione dell’obelisco, la spuma del mare e certe pose che alludono senza essere volgari. Come nel precedente lavoro di Pizzi, l’Orfeo, un ruolo fondamentale lo svolgono le proiezioni video che creano gli ambienti dell’azione, ispirandosi alle opere dell’artista Fabrizio Clerici. Oltre a un praticabile di legno che richiama i tavolati dei misteri medievali, l’atmosfera del porto è suggerita da una barca su cui oziano tre languidi marinai dalle divise succinte. Il tempio di Gerusalemme riluce di aurei bagliori e candide visioni, mentre il deserto è anche il rosso tramonto della vita, dove spuntano proiettate le croci bianche già usate da Pizzi nella Thaïs del 2007. Pizzi, sempre attento all’uso dei colori, ne usa solo tre per i costumi: il verde di Maria prostituta, il bianco dei redenti e il nero dei marinai, cromie che si accostano egregiamente alle scene beige. Nel complesso, il tutto funziona e si associa optime alla musica, ricreando certe suggestioni delle tele di Carrà e dei metafisici.

Credits Roberto Moro

Il direttore Manlio Benzi concerta prediligendo il coté sinfonico, ma non tralascia l’attenta lettura della trama melodica che spazia dalle armonie debussyane a quelle gregoriane, da Stravinskij a Strauss (Richard, ovviamente). Le scelte agogiche e la piena conoscenza del fraseggio risaltano il canto degli interpreti, nonostante qualche copertura a livello di volume si faccia sentire a tratti.

Credist Roberto Moro

Nel ruolo eponimo Francesca Dotto dimostra una sorprendente maturità vocale, fatta di sontuosi accenti e colori ben scelti. «O bianco astore» e «O Salutare, che non oso nomare», sono momenti intensi, in cui Dotto sfoggia una tavolozza di sfumature davvero singolari. Simone Alberghini è Pellegrino e Abate Zosimo di grande spessore. Vincenzo Costanzo, impegnato come Marinaio e Lebbroso, ha buona padronanza della linea di canto, al netto di qualche acuto emendabile. Completano la ciurma Michele Galbiati (Un compagno, nell’originale affidato a un soprano); il promettente tenore Luigi Morassi (Un altro compagno e Il povero, parti create da Respighi per mezzosoprano) e William Corrò (Una voce dal mare). Precisa anche Ilaria Vanacore (La cieca e La voce dell’Angelo)

Credits Roberto MoroRespig

Ottima anche la prova del coro, posto non dietro le quinte, ma nel corridoio dei palchi e in loggione, preparato da Alfonso Caiani.

Pubblico numeroso alla recita del 12 marzo e meritato successo per gli interpreti, con particolari entusiasmi per Dotto, Alberghini e Benzi.

Luca Benvenuti