sabato, Ottobre 10, 2026
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Venezia, Teatro Malibran – Pagliacci

Nedda e Tonio abbracciati nei Pagliacci di Ruggero Leoncavallo
Credits Manuel Silvestri

Inconsuetamente non abbinata a un altro titolo come vorrebbe la tradizione, arriva al Teatro Malibran Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, con un abito che non appartiene soltanto all’Ottocento. Nel 1892, anno del fortunato debutto, il palcoscenico verista era il luogo nel quale la finzione rievocava la crudezza della realtà, spesso tramite il virus del metateatro.

Il regista Andrea Bernard sostituisce il mondo dei clown con la televisione. Sappiamo ormai che il piccolo schermo ha bisogno di trasformare tutto in narrazione, anche ciò che racconto non è, come il dolore, il tradimento e la violenza. La compagnia di Canio diventa così il cast di una sitcom. Cosa c’è dietro l’apparente perfezione dei divi, se non esseri umani con le proprie passioni e imperfezioni? L’idea si adatta particolarmente bene a questo dramma, dove la distanza fra ciò che accade davvero e ciò che viene rappresentato è già irrimediabilmente compromessa. Il fulcro della vicenda è Nedda, attorno alla quale ruota la struttura di potere che acquista nella lettura di Bernard precise risonanze contemporanee. Il suo amore per Silvio non viene accettato come espressione di desiderio individuale, ma come colpa da punire e il suo corpo è sorvegliato, giudicato, rivendicato come proprietà dai biechi Tonio e Canio. La volontà di sottrarsi allo schema assegnato entra così in collisione con il pensiero patriarcale che pretende di stabilire cosa una donna possa desiderare, con chi possa stare e fino a dove possa spingersi la sua libertà. Nulla di più attuale.

Nel secondo atto i personaggi sono chiamati alla commedia, ma la loro vita privata irrompe progressivamente, fino a rendere impossibile distinguere ciò che è recitato da ciò che è autentico. Anche la trovata dei biscotti Zampognari del Masino Bianco va oltre il semplice elemento ironico: introduce la logica commerciale degli sponsor, dove persino una storia di sogni, sofferenza e morte deve lasciare spazio alla macchina dello show business. Eppure la commedia scorre meno agevolmente, soprattutto nella presa diretta della cinepresa. Resta la domanda che Leoncavallo, e dopo di lui Pirandello e Chiarelli, hanno posto in forme diverse: cosa accade quando non siamo più capaci di distinguere la parte che recitiamo da cioè che stiamo vivendo?

L’allestimento nasce dalla collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Le scene mobili e agilissime di Martina Calore e i curati costumi di Tracy James rievocano lo studio di posa, acquisendo esse stesse un significato ambivalente: il teatro simula la televisione e la televisione, a sua volta, imita la vita. Le luci di Andrea Benetello definiscono con precisione i vari livelli della rappresentazione, accompagnando il passaggio dal glamour luccicante alla progressiva oscurità della sitcom. Nella cupezza del camerino, l’unico vero spiraglio di luce è il bel vespro che accompagna il duetto Nedda-Silvio, il momento migliore della serata.

La musica di Leoncavallo, invece, non necessita di essere rivista: è già brutalmente precisa, costruita sul cortocircuito fra recitazione e realtà. La direzione di Daniele Callegari ne asseconda la natura spettacolare, mantenendo in evidenza la tensione drammatica che conduce inevitabilmente alla catastrofe. L’Orchestra del Teatro La Fenice sostiene con efficacia la partitura, restituendone il carattere ampiamente descrittivo.

Sul versante vocale permane qualche riserva. Gregory Kunde, nei panni di Canio, affronta un ruolo che richiede di renderne credibile il precipitare psicologico. La presenza scenica non trova sempre una corrispondenza altrettanto convincente nella resa vocale, orientata verso un approccio stentoreo e poco sfumato, carente di colore e timbro convincenti. Anche il Tonio di Dimitri Platanias avrebbe bisogno di una caratterizzazione più incisiva, soprattutto perché egli è, nella lettura di Bernard, parte integrante di quel gioco perverso di sguardi, aneliti e risentimenti che trasforma la compagnia in una piccola comunità sottoposta al controllo reciproco. Selene Zanetti è invece una Nedda appassionata e credibile. «Stridono lassù» è risolta con maestria, la voce scorre lungo tutta la linea di canto con sicurezza, trovando particolare efficacia negli slanci più lirici e nella dimensione di libertà che il personaggio cerca disperatamente di conquistare. Al suo fianco il baritono Alberto Petricca offre un Silvio partecipe e generoso, trovando proprio nel rapporto con Zanetti un’intesa assai felice. Andrea Schifaudo, Peppe, completa con disinvoltura il gruppo dei pagliacci.

Nei ruoli minori figurano inoltre Umberto Imbrenda e Alessandro Vannucci come contadini.

Una menzione va infine alle compagini corali. Il Coro del Teatro La Fenice, preparato da Elena Pierini, sostiene con precisione la dimensione collettiva dell’opera, mentre i Piccoli Cantori Veneziani, guidati da Diana D’Alessio, aggiungono quella componente di innocenza apparente che ben si inserisce nel gioco fra televisione, spettacolo e tragedia. 

Successo e applausi per tutti alla replica del 24 settembre.

Luca Benvenuti

Photo credits Manuel Silvestri