Nel 2016 la coppia Covi-Frimmel sbancò o quasi Locarno con Mister universo, un documentario ibridato con nervature di non-fiction incentrato sulla figura del famoso circense Tairo Caroli. Sei anni più tardi ripropongono la stessa formula alzando l’asticella in modo che essa sia equidistante da entrambi i generi, con qualche ambizione in più e un soggetto interessante in meno.
Vera Gemma, figlia del grande attore Giuliano Gemma (I giorni dell’ira, Un dollaro bucato, i western ciociaro-andalusi di Duccio Tessari), naviga in acque agitate cercando di adattarsi a una vita più austera dopo aver speso quasi tutti i soldi dell’eredità in chirurgia estetica malriuscita e pellicce di dubbio gusto (il resto l’ha sperperato). Tra un’audizione incerta e una festa a Trastevere la sua esistenza trascorre tanto placida quanto frustrata dall’ombra del padre che la riduce a essere sempre “figlia di” e mai un individuo autonomo. Tale descrizione vale sia per la realtà che per il film, un dramma di periferia in cui il principale vettore narrativo è rappresentato dall’incontro fortuito con Daniel, vedovo e padre del cinquenne Manuel, a cui Vera si affeziona presto, stringendo un rapporto sempre più stretto con la famiglia. La protagonista scivola e rientra continuamente nella finzione, in cui comunque interpreta se stessa in situazioni ispirate alla propria vita, alternando sequenze in cui i due registi si limitano a ricostruire le giornate nella loro quotidianità ad altre sequenze in cui Vera ha un vero script da seguire.
A differenza di Caroli, che almeno qualcosa lo sapeva fare, Vera è sprovvista di talento. Tanto attoriale, come si può notare dalla parte di non-fiction, quanto relativo a qualsiasi altro ambito, come si comprende dalla descrizione delle sue giornate. Stiamo parlando di un personaggio da tv trash la cui mobilità facciale è stata pesantemente compromessa dal botulino con la capacità di articolazione linguistica di una ragazzina, gettata nella mischia di una pellicola in cui è chiamata a mettere in gioco se stessa e ad ammettere la solitudine e l’incapacità di realizzarsi. Il film funge da un lato da rivalsa (Vera non riesce a essere scelta per un ruolo che sia uno e finalmente ha un film dedicato alla sua persona), dall’altro da specchio sulla sua realtà vuota (non fa altro che lamentarsi della gente che non capisce e che giudica con un tono che farebbe impallidire la bacheca facebook di un cinquantenne).
A margine, Vera, specie in una sequenza con l’amica Asia Argento, prova a mettere assieme qualche riflessione su cosa significa essere la figlia di un grande attore e non riuscire a vivere una vita autonoma, perdendosi rapidamente in una serie di banalità kitsch davanti alle tombe del cimitero acattolico di Roma. Un momento che segna il punto più basso e penoso di un film dai toni amatoriali più che indipendenti, girato esclusivamente in interni per necessità e non per scelta, che tratta il tema periferia con lo stesso approccio etnologico che ci si aspetterebbe dalla redazione de Il Foglio e null’altra ambizione se non quella di offrire una prospettiva umiliante sul capitale umano dei reality show.
Quello di Covi e Frimmel è un tentativo mal riuscito di imitare lo stile di Ulrich Seidl, mescolando il documentario a forme piuttosto semplici di narrativizzazione senza coglierne le strutture. Seidl esplora un tema e mai una persona/un personaggio e fa incursioni nella costruzione di scene di finzione più o meno evidenti per supportare la semiosi di alcuni aspetti particolari; mentre gli altri due, almeno in questo caso, si concentrano su una persona singola che ha veramente poco da dire e cercano di spremerla attraverso il ricorso a una linea di trama abborracciata che trova una giustificazione solo tenendo presente il processo che sta alla base dell’intera questione: Vera Gemma non riesce a trovare nessun ruolo né in televisione né a teatro ed è costretta a fare il cosplay di Robinson Crusoe assieme ad altri pseudo-vip dimenticati per campare. Ci sarà un motivo.






