Un viaggio nei film premiati del 75. Festival di Venezia

Chi se lo sarebbe aspettato che l’anniversario dei 40 anni dall’approvazione della Legge 180 riguardante i pazienti psichici fosse celebrato con solennità, mediante un cortometraggio, proprio all’apertura della 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica e proprio al Lido e nella sua Municipalità. Un avvenimento che si colora di profonda umanità e saggezza per una legge che attende ancora la sua completa attuazione, richiamando, in un momento di mondanità – pur con il suo alto taglio culturale – l’angoscia dei famigliari dei pazienti schizofrenici, lasciati soli nella triste situazione in cui nessuno pensa di fare ricerca su queste patologie mentali dando soprattutto per scontato la loro inguaribilità.

Il regista Damien Chazelle torna a inaugurare la Mostra come fece due anni fa con La La Land e quest’anno con First Man raccontando la dimensione umana del primo uomo sulla Luna. Il film, calcato meno sull’epopea dell’impresa e più sulla focalizzazione, con tocco originale e tenero approfondimento psicologico, dell’ambiente famigliare in cui marito e moglie vivono i loro intimi momenti alla vigilia delle incognite di un evento già ridimensionato di pathos per la sicurezza del suo risultato.

I registi di questo Festival hanno proiettato nei loro lavori la consapevolezza della fisionomia drammatica del nostro tempo con il visualizzare criticamente gli aspetti deflagranti delle guerre localizzate in vari Continenti, dei flussi sempre più torrenziali dei profughi, del razzismo radicato e dei tentativi coraggiosi per sradicarlo, ma soprattutto lo sguardo attento e appassionato degli autori si é soffermato sul ruolo determinante che hanno le donne nell’attuale società. Numerose in fatti “le storie al femminile” in cui le protagoniste sono loro, con tutta la gamma psico-sociologica che le arricchisce. Si parla addirittura di avvertire da parte delle donne un’aspirazione rivoluzionaria per la realizzazione della parità dei diritti, della critica ai poteri avvelenati da corruzioni e egoismi, di una convivenza dalle prerogative più sublimi: di essere madri e sorelle.

L’esempio trainante ce lo offre l’unica regista in concorso, l’australiana Jennifer Kent che, presentando il suo film The Nightingale, chiarisce: ”Sentivo il dovere di affrontare il tema dei costi psicologici ed emotivi della violenza, soprattutto quella sulle donne. Non farne intrattenimento. Ma il mio è soprattutto un film sull’amore, la compassione, l’amicizia”.

La famiglia degli Autori cinematografici si riconosce in ciò che ha espresso il regista di 22 July: ”Qualche volta il cinema deve guardare con coraggio e risolutezza il mondo così com’è, come si muove, dove va e come possiamo affrontarlo”.

Una Mostra che elargisce una sua eredità immettendo nel movimentismo refrigerante della nostra filmografia stili tecnici innovatori, nobilitando il bianco e il nero, vivacizzando le sequenze e rendendole più ricche di suspence e attrazione, oltre a quello più importante: il suo taglio sociologico.

La proiezione di Roma, film del messicano Alfonso Cuaròn, sin dal primo giorno, ha fatto rizzare le orecchie dei cinefili per una probabile premiazione sia per l’attualità delle tematiche: la disparità delle classi sociali e conseguenti contrasti di lotta e di disagi, sia per il riverbero di una fanciullezza ripescata con sguardo affettuoso e nostalgico da un rione della metropoli messicana chiamato Roma, sia per le sequenze in bianco e nero, rivedute e tecnicamente aggiornate in una solennità avvincente quasi documentaristica.

Si curiosa nella quotidianità di una famiglia borghese attraverso gli occhi di un bimbo testimoniando il rapporto datrice di lavoro-domestica, ricco di affettuosità e attenzioni ma mai sceso a un livello di parità e fratellanza, chiuso nella gelosia delle prerogative di una borghesia sorda ai tumulti della metropoli e alla conseguente strage degli studenti, ai morti imputati ai gruppi paramilitari fascisti. Vi primeggia la figura della la domestica – angelo silenzioso – che si prende cura dei figli di una coppia in piena crisi matrimoniale.

Un film incentrato sull’affetto e sulla commozione di un fanciullo che, da adulto, sente la necessità di porgere all’attenzione dei contemporanei, attraverso un’arte filmica di elevato spessore, i nostri problemi sociali irrisolti.

Per tali pregi il verdetto del prestigioso Premio del “Leone d’ Oro” è stato unanime.

Il “Leone d’argento – Gran Premio della Giuria” – lo conquista Yorgos Lanthimos che ambienta il suo film La Favorita nei saloni della reggia inglese del primo ‘700, alla Corte di Anna Stuart assediata dalle inevitabili gare di gelosie e perfidie di due ambiziosissime dame. Non mancano nobili incartapecoriti, prigionieri delle loro ambizioni e corteggiamenti. Pur ripetendo moduli tradizionali della storia filmica cortigiana, il regista riesce a immettere nelle scene la magia dialogica shakespeariana, sapida di ironia, umorismo punzecchiante e doppi sensi. Si entra sballottati nel crudele meccanismo del potere che mina ogni rapporto di franchezza. Un premio meritato a questo film, anche per l’eccellente interpretazione della protagonista – Olivia Colman – che impersona la regina, onorata per la migliore interpretazione femminile con “la Coppa Volpi”.

L’altro “Leone d’Argento – Premio per la Migliore Regia” l’hanno attribuito a Jacques Audiard per il suo The Sisters Brothers. Il film è ambientato nell’Oregon, ma girato in Romania. Un lavoro che traduce in armonioso connubio sceneggiatura e regia e racconto, evoca i parametri leggendari del Western (il saloon, le fucilate e revolverate, le soste notturne circondate dall’agguato, e difese simbolicamente da innocenti fuocherelli) e la fuga del protagonista tallonato dai fratelli Sisters. Sorprendentemente nel film la ricerca dell’oro non è presentata come avido possesso, ma con lo scopo di usarla per costruire una comunità utopica. L’uomo in fuga è un chimico che aveva scoperto un sistema per sveltire la ricerca dell’oro. L’opera di Audiard riflette sui miti fondanti degli USA ed esalta il fascino della natura assieme a quello dell’amicizia.

The Nightingale, dell’unica donna regista in concorso, Jennifer Kent, si è accaparrato il Premio prestigioso della Giuria; premio tuttavia contestato da notevoli giornalisti per la caricatura dei personaggi e dove l’intento civile per una netta deplorazione dell’imperialismo occidentale, del suo razzismo crudele, e in più per la deplorazione del dominio maschile, è realizzato in toni schematici e poco persuasivi. Si diffonde la sensazione che il premio per una regista donna abbia la veste di una riparazione a causa dell’esiguità della presenza delle donne in concorso. Va ricordato che la Kent ha prodotto recentemente uno dei più intelligenti horror, Babadook, in cui é incorniciato magistralmente il valore della maternità.

Il Premio per la migliore sceneggiatura è stato attribuito al film dei fratelli Joel e Ethan Coen, The Ballad of Buster Scruggs: si attendeva un western alla pari con la supponente malizia della contemporaneità, invece ci si deve accontentare della sua parziale smitizzazione: gli eroi della nuova frontiera avvolti dalla nudità dell’avventura senza eroicità. Dei sei episodi in cui l’alea del mito regge solo in due di essi: il cercatore d’oro e quello della sfida dell’avventura di Zoe Kazan.

Riceve il Premio Coppa Volpi l’attore Willem Dafoe per la sua interpretazione eccellente nel film At Eternty’s Gate di Julian Schnabel. Si immedesima con ispirazione nella figura del grande e tormentato Van Gogh nei suoi ultimi mesi di vita. E’ uno studio, quello del regista, sul rapporto del grande artista con la natura. Lo stesso Dafoe, anche lui nella vita pregevole pittore, dipingeva durante le scene, per immedesimarsi della parte.

Questo è l’ultimo dei più importanti Premi del 75.mo Festival di Venezia che ha lasciato il segno.

I registi italiani in concorso sono stati ignorati. Eppure Minervini, Guadagnino e Martone hanno posto tesi originali. Martone presenta come alfiere una donna per una utopica unione di libertà e ribellione. E questo è pure segno di cambiamento stilistico. Come originale è la tesi di Minervini nell’intervento coraggioso per affermare la giustizia. Pure Guadagnino porta con coraggio sulla scena il fermento civico, passionale della donna quale esempio di innovazione sociale.