I due premi principali della 53esima edizione del festival ceco di Karlovy Vary sono andati a due film eminentemente, ma sottilmente politici, ossia a un film di finzione su un episodio meno noto dell’Olocausto e a un documentario sulle promesse non mantenute dal regime di Vladimir Putin.

Andando con ordine rileviamo come anche quest’anno il concorso principale della manifestazione ceca ha presentato una scelta variegata e di qualità medio-alta, con una dozzina di film di fiction che riservano piccole sorprese, qualche conferma e non troppo cocenti delusioni. Fra i nomi di prima grandezza che i selezionatori cechi sono riusciti ad assicurarsi c’è la prima mondiale dell’ultimo film di Radu Jude, I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians, che ha confermato le prevedibili aspettative e si è portato a casa il Globo di Cristallo per il miglior film.

I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians

La giuria in cui figurava anche la nostra produttrice Marta Donzelli ha apprezzato il coraggio del regista romeno nell’intavolare un aperto discorso di critica sui crimini nazisti della sua patria, ma anche sulle modalità memoriali con cui è più opportuno affrontare i periodi storici problematici del proprio paese. La coproduzione con (fra gli altri) Repubblica Ceca e Germania conferma la vitalità intellettuale e critica del cinema di Bucarest e dintorni, e la sua capacità di interrogarsi sulle dinamiche europee in prospettiva non grettamente nazionale, né tanto meno nazionalista. Confessiamo infatti che nell’attuale congiuntura politico-culturale difficilmente ci aspetteremo un approccio così aperto e schietto dalle cinematografie polacca, ungherese o ucraina, tanto per fare degli esempi.

Domestik

Ci ha un po’ stupiti invece il premio per la regia andato allo sloveno (ma ormai artisticamente naturalizzato ceco) Olmo Omerzu, che con il suo Winter Flies si avventura in un road movie atipico incentrato sul desiderio di fuga di una coppia di adolescenti disfunzionali, che però è realizzato senza una forte idea strutturale e non ci sembra affatto migliore, tanto per dire, dell’altro film ceco in concorso, il Domestik di Adam Sedlak molto più originale e per concept e per realizzazione.

L’argentina Ana Katz ha fatto poi incetta di riconoscimenti, visto che il suo Sueño Florianópolis, si porta a casa il premio speciale della Giuria e quello FIPRESCI della critica internazionale, mentre la protagonista Mercedes Morán è stata giudicata migliore attrice della competizione; il miglior interprete maschile è stato considerato invece l’israeliano Moshe Folkenflik per il suo ruolo emozionante di padre in cerca di salvezza nel solido Geula/Redemption di Joseph Madmony e Boaz Yehonatan Yacov. La vicenda di un ex-musicista che fa i salti mortali per salvare la piccola figlia malata ha convinto fra l’altro anche la giuria del premio ecumenico.

Per tornare alla giuria principale due segnalazioni speciali sono andate al russo Jumpman di Ivan Tverdovskij e alla slovena Sonja Prosenc per il suo History of Love. Dei due abbiamo visto solo il primo, che ci è sembrato piuttosto ondivago e inconcludente, per quanto l’assunto principale e le potenzialità di partenza fossero molto interessanti. Ma Tverdovskij si perde un po’ a metà strada fra “supereroi” complessati e uno spaccato sociale poco credibile della sua patria.

Putin’s Witnesses

L’altro premio importante a sfondo politico di cui parlavamo in apertura è quello andato al “vecchio-nuovo” film di Vitalij Manskij, Putin’s Witnesses, giudicato miglior documentario: si tratta del rimontaggio, re-inquadramento autobiografico e ripensamento attualizzato dei suoi reportage di inizio millennio dedicati alla scena politica russa che vedeva chiudersi l’era El’cin e faceva conoscenza con il nome nuovo di Putin. Visto che a distanza di diciotto anni il principale detentore del potere in Russia non è cambiato, Manskij prova con onestà e spirito autocritico ad interrogarsi su come siano invece cambiati gli altri attori, osservatori e testimoni (o forse complici?) della società russa.

Nell’altra sezione competitiva di fiction, invece, ossia la selezione d’area East of the West, ha trionfato il film kirghiso-russo Suleiman Mountain di Elizaveta Stishova, delicata riflessione sull’intersezione di folclore e forze magiche con le miserie quotidiane di un novello Zampanò: interessante infatti la serie di citazioni quasi puntuali dalla Strada felliniana, non limitate a pedissequi riferimenti superficiali, ma mediate da un’interessante attualizzazione inquadrata nelle steppe dell’Asia centrale. Curioso, a tratti toccante, ma in fondo un po’ irrisolto l’esordio ungherese cui è andato il premio speciale della giuria di questa stessa sezione, Blossom Valley di László Csuja, cui comunque va il merito di aver fatto interagire in maniera intrigante due attori esordienti in una tradizione di cinema giovanile e disturbante che bisogna assolutamente seguire.

Crystal Swan

In chiusura, rimanendo ancora nella sezione East of the West ci sembra d’obbligo rilevare alcuni segnali molto promettenti in due cinematografie che sono ancora in fase di maturazione, ma potrebbero esplodere da un momento all’altro, ossia quella ucraina e quella bielorussa. Entrambe si sono presentate con un esordio di tutto rispetto, e se l’ucraino Vulkan di Roman Bondarchuk dimostra già di muoversi in territori stilistici e autoriali di una certa complessità che possono ricordare il Tribe di Slaboshpyckyj, la bielorussa Darja Zhuk porta una ventata di freschezza con il suo dolce-amaro Crystal Swan, in cui su spunti autobiografici disegna i tentativi d’emancipazione della gioventù del suo paese, e oltre ad essere il primo film bielorusso in un concorso internazionale di “classe A” avrà anche la meritata fortuna di essere il primo concorrente del paese nella corsa agli Oscar, dopo per che diversi anni la produzione nazionale non aveva offerto neanche un titolo degno di competere.