Undicesimo capitolo del progetto Walker, Weichen (Dust) rappresenta il consueto promemoria del maestro dello slow cinema taiwanese Tsai Ming-liang a riprendere fiato, nella consapevolezza che tutte le forme della materia e del pensiero sono illusorie. Presentato in Fuori Concorso – Non Fiction.
Per le strade di Donostia/San Sebastián, nella comunità autonoma dei Paesi Baschi, si aggira la figura di un monaco (Lee Kang-sheng) avvolto in una tunica porpora, attirando gli sguardi incuriositi dei passanti. Passando per luoghi iconici della città, come il Peine del Viento o il museo all’aperto Chillida Leku, fino agli spazi solitamente frequentati dagli abitanti del posto – un locale dove si tiene un concerto metal, i campi di proprietà di un vecchio signore – il corpo di Lee, sul quale si assommano la proiezione autoriale di Tsai e la figura semi-mitica del venerabile Xuanzang, appare come un atomo avulso dal tempo e dallo spazio, il cui lento incedere ci ricorda che nulla è reale.

Affermatosi a Taiwan – parlare di “patria” sarebbe problematico, date l’infanzia trascorsa in Malesia e l’influenza culturale dei wuxia prodotti nella Cina popolare – e all’estero grazie all’esoterismo di un cinema che, dinanzi al bivio postmoderno di riappropriarsi del reale spogliando il cinema dei suoi artifici – la strada che avrebbero seguito i sottoscriventi del Dogma 95 – o, per converso, facendo tracimare l’artificio fino a sopraffare il reale, ha saputo indicare una terza via, non sorprende che Tsai sia così affezionato a uno dei testi più criptici del buddismo Mahāyāna.
Studioso vissuto al tempo della dinastia Tang (VII – X sec.), il monaco Xuanzang, a cui Lee presta il volto e le membra in Weichen, fu una delle figure più importanti in Cina per la diffusione della dottrina del “Grande veicolo” – caratterizzata dal presupposto dell’ottenimento della buddità da parte di tutti gli esseri viventi e dalla vasta eterogeneità dottrinale – grazie al suo lungo viaggio di studio in India ( 629 – 645), dal quale riportò diversi sutra, tra cui quello del Diamante da lui tradotto e usato dal regista come testo di riferimento per l’opera in questione.

In Weichen, il passo misurato di Lee – l’idea di Tsai per la serie Walker pare sia nata proprio dall’aver osservato come l’attore fosse in grado di controllare i suoi movimenti, durante le prove e al momento del ciak – si rivela una doppia metafora: del pellegrinaggio nella terra del Budda Storico da parte di Xuanzang, da un lato, e dell’insegnamento del Sutra del Diamante, dall’altro, dove la centralità del distacco da sé per ottenere la liberazione dal ciclo delle rinascite viene praticata, anziché predicata – come i Maestri della dottrina erano soliti fare dinanzi alle folle, limitando le discussioni teoriche ai dibattiti con gli altri monaci.
Ben lontano dall’essere un progetto di vanità intellettuale, Weichen continua con coerenza il discorso di Tsai costruito nei capitoli precedenti: poiché nulla di quello che vediamo o sentiamo è reale, meglio prendersela con calma.










