“What do we see when we look at the sky?” di Alexandre Koberidze
Un’estate georgiana.
Concepito e realizzato in un contesto familiare, What do we see when we look at the sky? è l’opera seconda di Alexandre Koberidze, recente aggiunta alla formazione di questa strana nouvelle vague georgiana che annovera i vari Urushadze, Jashi, Kulumbegashvili, in tutto e per tutto figlia di Otar Iosseliani, ma dimostratasi capace di sorprendere negli ultimi anni trascendendo la tradizione. Let the summer never come again destava sicuramente molto interesse anche per la qualità della realizzazione alla luce dei mezzi (nulla più di un cellulare), mentre il nuovo film del trentasettenne caucasico brilla per la complessità della sua architettura e rappresenta un deciso passo in avanti, oltre che una sapiente dimostrazione di padronanza del mezzo e del suo linguaggio.
Kutaisi, il luogo dove si svolge il film ed elemento centrale della narrazione, è una città aperta, talmente aperta che risulta un mondo a sé. Un luogo dove trionfa il realismo magico (molto magico) e in cui può essere narrata una vera fiaba moderna. Una fiaba moderna in cui gli oggetti prendono vita o l’incanto è parte del tessuto della realtà, e in cui un amore a prima vista come quello dei due protagonisti Georgi e Lisa, che si scambiano uno sguardo e già immaginano un futuro assieme senza essersi nemmeno presentati, può prima prendere vita e poi dissolversi in un istante quando, per colpa di un malocchio “digitale”, sia lui che lei si risvegliano con un aspetto diverso e senza il loro tratto caratteristico.
Si tratta però sol del sottile filo conduttore dell’intera vicenda. Una vicenda che è un racconto visivo, un tentativo tanto semplice nelle intenzioni quanto ambizioso nella realizzazione di portare in scena una grande storia, in direzione contraria rispetto a un cinema autoriale che, per fortuna, da decenni muove passi anche oltre la dimensione narrativa. What do we see when we look at the sky? è a ogni modo quintessenza di un ragionamento post-moderno, poiché mira a destrutturare e stravolgere i topoi narrativi più antichi del mondo – quelli del racconto folklorico – per riproporci la sua versione di un racconto popolare, in cui primo piano e sfondo si fondono gradualmente fino al punto da diventare l’uno indistinguibile dall’altro. Questa mescolanza prende fisicamente corpo all’inizio e alla fine del film, cioè quando Lisa e Georgi rispettivamente si conoscono e si rincontrano. La conciliazione finale, così come la separazione forzata che segue il colpo di fulmine, avviene a opera di uno strumento di ripresa cinematografica. È una telecamera di sorveglianza trasformatasi in un’anatema a separare gli innamorati, così come è una mdp a riunirli. In mezzo, un affresco umano e sociale di rara ampiezza in cui il bizzarro sogno d’amore sfuma in secondo piano e e Koberidze si diverte a presentarci un affresco corale di una città che prende vita a partire da pochissimi tratti.
Il film è una narrazione gargantuesca – anche più voluminosa di quanto non si possa pensare se si considera che le due ore e mezza di durata sembrano quattro ma filano via come meno di una – sviluppata lungo due direttrici.
La prima è la costituzione di un vero e proprio “metaverso”, un microcosmo autonomo in cui si dà una completa corrispondenza fra ruolo sociale e funzione narrativa, in cui nessun personaggio è inutile e nessun oggetto ha uno scopo che non sia duplice o triplice. La qualità dell’intreccio si disvela mano a mano che banali collegamenti o relazioni esplicano la loro funzione strumentale, assecondando una narrazione a dir poco massimalista, piena di risvolti e conseguenze e sviluppi e sottotrame apparentemente inutili, che infine si riallacciano gli uni alle altre chiudendo un elaborato ghirigoro in cui ogni attore diventa un’attante e ogni personaggio sposa il suo archetipo. La ragione di questa ipertrofia (af)fabulatoria non è nient’altro che una spassionata dichiarazione d’amore nei confronti del cinema, l’esibizione del divertimento che si cela dietro l’esperienza del racconto di una storia, o forse, come sarebbe più opportuno definirla in questo caso, una vera e propria lore mitologica di un non-luogo che campa di vita propria e a cui serviva solo un’espediente per mettersi in moto. Kutaisi alla fine è la topizzazione del mondo interiore del suo autore, un baule del tesoro da cui vengono fuori tutte le influenze di Koberidze (neorealismo rosselliniano, realismo magico fellinian-iosselianiano, surrealismo anderssoniano, delicatezza truffautiana, etc.) e un’innumerabile serie di rimandi, citazioni, suggestioni, riferimenti incrociati, omaggi, riprese concettuali e stratificate. Un film che sta a metà fra a una wunderkammer e la stanza dei giochi di bambino, in cui si intersecano (anche moralisticamente) il particolare e l’universale, come nel folklore, e la magia si diluisce nella quotidianità della scena fino a perdersi.
La seconda direttrice fondamentale è una riflessione evidente sul ruolo dello sguardo e dell’occhio dello spettatore come parte fondamentale della co-costruzione semantica del film. È uno sguardo che dà il la alla storia principale che funge da telaio narratologico, è lo sguardo della mdp a palesarsi più di una volta rendendo manifeste le sue capacità di manipolazione delle realtà e di creazione di significati, è lo sguardo come punto di vista a essere privilegiato, sia in senso tecnico (la ripresa in soggettiva è la variazione preferita), sia in senso simbolico – l’occhio meccanico è il creatore di senso, tanto da assumere funzione demiurgica. Nel primo caso la modalità espressiva eletta a registro neutro dall’autore porta all’equipararsi dello sguardo della mdp con lo sguardo del bambino o del ragazzo che scopre il mondo, verso cui il regista nutre un ambiguo sentimento di nostalgia, mentre nel secondo viene ribadito il ruolo primario dell’osservatore più che del fenomeno, e quindi della potenza del cinema che, venendo filtrato dalla vista, si dimostra più forte della sostanza. Il risultato finale è quello di un motivo pseudo-pascoliano, una celebrazione dell’innocenza e della purezza di uno sguardo che diventa autenticamente tale quando assume la sua distintiva potenzialità creatrice, appunto come quella di un demiurgo, plasmando il mondo – più che scoprendolo.
Il film chiede: cosa vediamo quando guardiamo il cielo? La domanda in teoria potrebbe essere la stessa del Benning di Ten skies ma la risposta sarebbe probabilmente diversa. L’idea di Koberidze è quella di un gigantesco spazio vuoto, tendente all’infinito, in cui riversare la propria fantasia come fosse un foglio bianco, oppure una fucina di rappresentazioni, insomma il dietro le quinte di uno spettacolo. Questa personalissima civitate Dei, mondo di naturale sovversione del reale parallelo al mondo reale, come una risposta occidentale a La città incantata di Miyazaki o una rielaborazione orientale della città ideale di Alberti, è condizione di possibilità per l’avverarsi della magia del quotidiano. Koberidze tratta la sua Kutaisi come un’immensa quinta teatrale da cui vengono partorite le storie. La scena dell’incontro tra Lisa e Georgi avviene in uno spazio nudo, occupato e liberato dai bambini che tornano da scuola, in cui si scontrano i piedi dei due, incerti e imbarazzati, come a sottolineare la presenza di un’intelligenza invisibile che orienta quel particolare movimento, neanche fosse lo stesso prototipo del reale a doversi predisporre per divenire un oggetto filmico. Il cinema allora diventa una sorta di intelligenza artificiale animata dal fantasma di una propria volontà che “possiede” i cineasti o i mestieranti, ribaltando il nesso causa-effetto in un afflato giocoso – o fiabesco. Tant’è che la figura del donatore proppiano coincide con una coppia di cineasti (i genitori del regista!) e l’oggetto magico e risolutivo è una ripresa cinematografica.
Il cinema dunque richiede un atto di fede oltre che d’amore, in stretta simbiosi con il fenomeno per eccellenza che unisce questi due tratti, cioè quello religioso, che viene portato sullo schermo attraverso la rappresentazione di un contesto animato innervato nella religione più pervasiva e popolare al mondo: il calcio. L’azione si svolge nel contesto di generalizzato entusiasmo per via di un mondiale di calcio che diventa innesco per antonomasia del sogno che può violare l’ordine delle cose, della sovversione delle prospettive di vita, del ritorno alla tarda infanzia come al tempo in cui il mondo si spalanca senza però rivelare anche le barriere, e in generale della sensazione unica di sospensione onirica che è rinchiusa, tanto per capirci, in Notti magiche di Bennato, canzone che torna all’interno della colonna sonora del film e fa saltare sulla sedia lo spettatore italiano. Di questi tempi poi tutti abbiamo ben presente il Maradona di È stata la mano di Dio, e il discorso non è troppo dissimile.
What do we see when we look at the sky? è un insieme paradossalmente organizzato in cui gli elettroni della fantasia del suo autore continuano a muoversi liberi, schizzando su e giù e scontrandosi continuamente, il cui risultato finale è così particolare da potersi definire pienamente originale, al di là della vastità dei debiti e delle influenze che vi si possono riscontrare. E nonostante l’eterogeneità di questi rimandi o la tecnica mista utilizzata per tutto il film (analogico 16mm con sprazzi di digitale, cast con attori professionisti e non, cambio continuo di registro e genere, rottura della quarta parete attraverso artefici kitsch in opposizione all’autoreferenzialità dell’universo narrativo), il risultato finale è di proverbiale compattezza. È sufficiente far notare come il lavoro follemente complesso anche solo dal punto di vista del linguaggio riesce a prendere corpo attraverso un’illusione di ingenuità e genuinità attribuibile senza forzature unicamente, appunto, allo sguardo di un bambino.
All’inizio del film, Koberidze, nelle vesti di un narratore ironico che poi ritornerà a parlare o addirittura scrivere al pubblico, dice allo spettatore di chiudere gli occhi, altrimenti la magia potrebbe non compiersi, mentre la sua poderosa opera seconda si sviluppa proprio dal presupposto opposto: un parossistico eyes wide shut in cui vedere e credere coincidono. Nel dubbio, What do we see when we look at the sky? va visto, e con gli occhi bene aperti.
Titolo originale: Ras vkhedavt, rodesac cas vukurebt?
Genere/i: commedia, drammatico, fantastico
Paese, anno, durata: Georgia/Germania, 2021, 150′
Regia: Aleksandre Koberidze
Sceneggiatura: Aleksandre Koberidze
Fotografia: Faraz Fesharaki
Montaggio: Aleksandre Koberidze
Musiche: Giorgi Koberidze
Cast: Giorgi Ambroladze, Oliko Barbakadze, Giorgi Bochorishvili, Irina Chelidze, David Koberidze, Ani Karseladze, Vakhtang Panchulidze, Sofio Tchanishvili
Produzione: DFFB
Distribuzione: MUBI