“Wild Rose” di Tom Harper

Ha attratto le platee d’oltre oceano alla sua prima al Toronto International Film Festival nel settembre 2018; ha entusiasmato al suo arrivo in Gran Bretagna, nell’aprile 2019. Da fine agosto 2019 è nelle sale italiane grazie a Bim Distribuzione. Questo commovente e elettrizzante film, diretto dal quarantenne britannico Tom Harper, racconta di Rose-Lynn Harlan (una straordianria Jessie Buckley, già protagonista di Beast di Michael Pearce), ragazzotta della periferia di Glasgow, ribelle e sbandata, già madre prima di aver 18 anni di due bambini senza padre, che si è appena lasciata alle spalle un anno di carcere per spaccio. Ma non si tratta di una guappetta qualunque: Rose ha il dono straordinario di una voce pazzesca e quando canta, che sia sul palco o no, incanta, coinvolge e travolge chiunque, giovani e anziani, appassionati e scettici.

Il suo genere è il “country” e lei dice che non si sente scozzese bensì americana. “Sto a Glasgow come – dice- il corpo di un trans sta all’altro sesso “. Nashville, non Glasgow è la città alla quale è convinta di appartenere.

La vita quotidiana le riserva ben altro da quello che lei sogna: i due bambini di otto e quattro anni sono da accudire e da sfamare, la madre Marion (Julie Walters) che li ha avuti in carico per un anno, la mette di fronte alle sue responsabilità e il lavoro che le tocca fare è quello di domestica. Imprigionata in quella vita alla quale sente di non appartiene, rassettando la casa altri o la propria, canta le sue canzoni che sono inni alla libertà e all’entusiasmo di vivere fuori dagli schemi.

Susannah (Sophie Okonedo) la illuminata e progressista padrona della casa nella quale Rose lavora, le trova il modo di incontrare Bob Harris (se stesso) l’anziano e mitico presentatore dei programmi musicali della BBC, l’unico uomo che sappia essere positivo con lei, che la incoraggia e la sprona come buon padre, o un nonno affettuoso.

Tutto accade troppo in fretta, però: il percorso del successo non può essere disgiunto da quello verso la coscienza e l’accettazione di sè. Per Rose si tratta di accettare anche di avere dei figli, non rimbalzabili come pacchi bensì bisognosi di affetto e di rispetto per le loro esigenze e sentimenti.

Solo dopo questo esame di coscienza e grazie all’aiuto della madre, Rose potrà finalmente dare corso alle sue capacità, che si condensano in una canzone tutta sua, struggente e avvincente, un inno alla la sua vera casa, che non è a Nashville, bensì la città dei suoi affetti e delle sue radici.

Una storia tutta al femminile: solo le donne infatti sono personaggi positivi mentre gli uomini, se ci sono, sono un mero contorno  se non un danno, con l’unica eccezione di Bob Harris, che non a caso è anche l’unico personaggio reale. Non hanno padre i suoi due figli e lei stessa non ha padre, ha un compagno che è un perdigiorno ubriacone  e molesto, il marito di Susannah ha con lei un comportamento ambiguo e minaccioso, i musicisti della band sono bravissimi ma non sono davvero altro che musicisti. Insomma: Rose, sorta di Cenerentola della canzone country, deve affrontare come la protagonista di quella antica fiaba, prove dure e dolorose per realizzare il suo sogno. Ma a differenza di Cenerentola, non c’è alcun principe ad attenderla: il suo lieto fine se lo scrive da sola, sola con il suo passato e con la sua tremenda sfida al mondo “l I was born to run…  To get ahead of the rest”.